NOVECENTO E UNO
di H.N.Blackswift
http://blackswift.org
info@blackswift.org
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Quello che trovate qui sotto è la versione completa di un racconto ispirato
agli eventi della notte tra il 2 e il 3 febbraio 2007 a Catania: negli scontri
durante la partita Catania-Palermo, conclusa regolarmente, perde la vita
l'Ispettore Capo Filippo Raciti.
Qualcuno ci riterrà troppo cinici, qualcuno troppo complottisti, qualcuno privi
di scrupoli, e qualcuno invece sapidi. Ognuno pensi un po' quello che crede, ma
noi pensiamo che guardare la storia e l'attualità da un solo punto di vista sia
un errore grave, e che i racconti, le storie possano aiutare il nostro cervello
e il nostro cuore a osservare ciò che ci circonda con un punto di vista meno
scontato e più critico
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1.
[play]
Il fuoristrada azzurro con la striscia bianca gira in tondo nel parcheggio, inseguendo personaggi vestiti di scuro e incappucciati che si portano rapidamente sul bordo di questo ring improvvisato tra macchina e uomini, inseguito da un ragazzo con un giubbotto taroccato al cento per cento con una scritta in paillettes D & G gigantesca sulla schiena e un cappuccio di lana bianco che gli copre parte del volto.
Tutta la scena è pervasa di una luce arancione scuro, come la luce dei lampioni di tutte le città del mondo, una luce che non illumina, diffonde. Qui e là sprazzi di altri colori che si stagliano nel nero generale che sembra avvolgere tutto quanto non è focalizzato dalla telecamera: un bagliore rosso ai margini e bianco al centro, una spruzzata di giallo più in fondo. A prima vista sembra l'inferno.
[stop]
[play]
Piazzale Axum non è mai stato così. Sembra una discarica a cielo aperto: cartacce, residui, cartucce di lacrimogeni, cestini e macchine incendiate, i baracchini scomparsi, le bancarelle inesistenti, il capolinea dei tram completamente deserto. Tutto intorno, nella luce soffusa che rischiara pochissimo la notte, le ombre ai margini del parcheggio non si fermano mai: lanciano sassi, monete, pezzi di cartelli stradali, pezzi di ringhiera della corsia preferenziale. Ci sono tre camionette della polizia e due jeep, mi pare si chiamino magnum, che girano in tondo per tenere lontano questi indemoniati, che nonostante il rischio di farsi arrotare si scagliano contro i vetri rinforzati delle vetture con spranghe, aste di plastica, caschi, e se gli riesce qualche pezzo di marciapiede che dopo un'ora sono riusciti a staccare e portarsi appresso.
[movimento di camera]
La vietta tra il lato di ingresso delle tribune arancio dello Stadio Meazza San Siro, come dice lo speaker della “Silf, finanziamo sogni e bisogni”, un ritornello imparato a memoria da tutti quelli che sono andati a vedere una partita a Milano più di una volta, è deserta, anche se non è bloccata da nessuno: evidentemente anche il più stupido dei teppisti e il meno furbo dei poliziotti sa che infilarsi in quella strettoia equivale all'arresto da un lato o all'assedio sotto una gragnuola di sassate dall'altro.
[movimento di camera]
Bastano pochi secondi: un fuoristrada del Reparto Mobile come una biglia su una pista con curve paraboliche gira due volte su sé stessa nel parcheggio sul lato Sud dello stadio e si infila nella vietta accelerando a tutto gas, inseguita da una folla di gente che riesco a immaginare con gli occhi fuori dalle orbite per la bamba assunta in dosi massiccie e per l'adrenalina che ti scorre nelle vene, mentre ti senti una specie di unno alla conquista di non si sa bene quale impero.
[movimento di camera]
Un'esplosione che stordisce il cameraman, la telecamera che balla per un secondo per poi tornare sulla vietta. L'auto ha sbandato colpita su un lato dalla bomba carta che lascia come unica traccia di sé l'impronta nera sulla portiera destra della jeep e brandelli di carta e polvere da sparo per terra sull'asfalto.
L'auto continua zigzagando fino a lasciare indietro di qualche decina di metri gli inseguitori e a sbucare nel piazzale di fronte allo stadio. Lo zoom della telecamera non è abbastanza potente.
[stop]
[start]
Il piazzale, presumibilmente prima di tutto questo, come si presenta. Un filmato da terra, fatto a bassa qualità. Non ci sono altre immagini. Qualcuno con il telefonino l'ha piazzato su youtube, e da lì si è sparso, impossibile risalire al primo autore se non con uno sforzo di indagine che al momento non interessa a nessuno fare.
L'aria è satura di fumo, le persone si portano i fazzoletti alla bocca, o si premono sul viso il passamontagna. Le forze dell'ordine sono schierate dal lato più lontano del piazzale, verso la periferia, i teppisti occupano la curva che porta ai parchetti, e poi verso il vialone lungo il quale fuggire, una mossa suicida, se non si fosse scoperto poi che tutte le forze dell'ordine erano altrove, dove non si è ancora capito bene. Figure scure e pixelate hanno in mano bastoni e segnali stradali, forse pietre, ma non si capisce bene. Il gesto del lancio è inequivocabile, come anche i gesti di provocazione nei confronti degli agenti. Gli agenti stanno lanciando quintali di lacrimogeni, non avendo a disposizione molto altro. Se ne vede solo l'effetto subito dopo un movimento molto confuso in lontananza nello schieramento.
Lungo il vialone, mentre qualche decina di criminali lanciano di tutto contro le forze dell'ordine, scorre la fiumana dei tifosi normali, incuranti di quello che sta avvenendo, un episodio come un altro del piccolo telefilm nel quale rivedono la propria vita.
[stop]
[zoom]
[play]
Nella fiumana si trova di tutto: padri e figli, energumeni vestiti elegantemente e non, ragazze, vecchietti. Tutti che si allontanano borbottando per l'interruzione della partita e piangendo per i lacrimogeni che non risparmiano nessuno.
[stop]
[sposta il fuoco della camera]
[zoom]
[play]
un ragazzino, avrà quindici anni, con la maglia dell'inter a viso scoperto, una spranga più alta di lui in una mano, parla con un gruppetto di tre o quattro carabinieri in tenuta antisommossa, come un drappello abbandonato nel deserto di divise altrimenti blu o casual, come i vestiti dei teppisti griffati e comprati di fronte a un megastore in corso buenos aires per vantarsi con gli amici in periferia. Uno dei carabinieri accenna una pacca sulla spalla, poi si guarda intorno, il suo sguardo celato dal casco, ma il movimento della testa è inequivocabile. Il ragazzino si allontana verso gli scontri, i carabinieri rimangono fermi lì, come invisibili alla torba di delinquenti che stanno facendo la guerra alla polizia.
[stop]
[cambio file]
[cerco il punto]
[play]
Il derby, mortacci vostri, e stavamo pure vincendo, non vi perdonerò mai, se non altro per questo. Stavamo per vendicarci del sei a zero con cui ci hanno umiliato qualche anno fa, e che cazzo vi viene in mente di fare? Il macello.
Rivedo la faccia di Maldini e Zanetti che si parlano, capitano a capitano, le lacrime agli occhi, Farina che tossisce intossicato dai lacrimogeni. “Non si può continuare, pupi”, dice Cambiasso al capitano connazionale argentino, il labbiale che viaggia parallelo alla voce colta di sbieco dai microfoni della telecamera. I giocatori che scappano nello spogliatoio, di corsa, la telecamera che si sposta sugli spalti. Curva Sud, tre grossi striscioni che dominano sugli altri: Brigate Rossonere, Commandos, Warriors, recente acquisto posizionatosi al posto della disciolta Fossa dei Leoni.
[stop]
[zoom]
[play]
Sugli spalti c'è agitazione, ma non rissa. Non ci sono forze dell'ordine, non ci sono giacchette fosforescenti degli steward che in curva non si fanno vedere. Si intravede qualche vecchietto che dal secondo anello rosso sputa contro la barriera in vetro, in risposta a qualche forsennato che picchia con il palmo contro i pannelli gridando qualcosa. La gente in curva si agita, e si lancia verso le uscite rapidamente.
[stop]
[zoom out]
[play]
Il fumo non viene dalla curva. Il fumo viene da fuori, lo si vede penetrare attraverso gli ingressi che dalle rampe e dalle scale portano al secondo anello di San Siro. Da fuori dove non si sa, ma sicuramente non ci sono forze dell'ordine sugli spalti, e a parte i cori disgustosi e i fumogeni, non c'è nulla che faccia presagire la tragedia. Per un attimo sono rimasto convinto che ci fossero dei lacrimogeni nella curva, ma il fumo dei fumogeni è diverso.
[stop]
[zoom]
[play]
non sono lacrimogeni, infatti nessuno si porta il fazzoletto alla bocca, fino a che non si vede quel fumo diverso entrare dalle scale, come il boccaporto verso un altro pianeta.
[stop]
Cambio e ricambio file, giro in Internet come un forsennato per trovare altre immagini, ma sono sempre le stesse: la ripresa di qualcuno dalle rampe sul lato delle tribune arancio, più verso la curva sud che non verso la nord, con una buona visuale su piazzale Axum e sulla vietta sottostante, ma praticamente nulla verso il piazzale di San Siro vero e proprio. Il filmato amatoriale. Alcune altre immagini di piazzale Axum, con l'assalto alle jeep e alle camionette, un po' di roba incendiata, poco altro.
Se chi sta svolgendo le indagini sulla morte del Vice Questore Aggiunto Antonio Peccarisi durante gli scontri seguiti al derby Inter-Milan ha altre immagini, se le tiene strette. Anche se non si capisce come non ne sia trapelata nessuna, neanche grazie ai ganci della redazione con la polizia giudiziaria, neanche con la pressione mostruosa che la redazione di quegli altri in via Solferino starà facendo su prefetto, questore, sindaco, presidente del tribunale, ministeri, governo, fino ad arrivare al Papa. E soprattutto non si capisce perché ci siano solo 20 persone arrestate quando solo nelle immagini che ho visto finora ci saranno almeno almeno 100 persone di cui potrei riconoscere le fattezze anche io, che non sono certo uno specialista.
Mi presento, mi chiamo Rodolfo Gualcioni, detto Gianni dagli amici, faccio il giornalista di cronaca giudiziaria per La Repubblica, sede di Milano, e non riesco a smettere di guardare queste immagini.
2.
E' notte fonda, ma le luci della Questura sono ancora tutte accese. Non è come il solito. Di solito vedi qualche luce nei corridoi, ma negli uffici sono quasi tutte spente, salvo chi è di turno, nella speranza che non succeda qualcosa proprio quella notte e lo costringa a muoversi. La Questura di Milano è un piccolo labirinto, per arrivare agli uffici della Digos devi passare dall'ingresso principale e poi avventurarti in una delle possibili sezioni del dedalo: alcune volte ci puoi arrivare passando subito a sinistra, per rampe di scale sottili e traballanti, dai muri con la vernice biancastra scrostata, costantemente pervaso dalla sensazione che ti stiano portando in una celletta per farti un bel santantonio. Altre volte vieni scortato lungo un corridoio sotteraneo che attraversa tutta la Questura, fino ad arrivare agli ascensori, di fianco alle onnipresenti macchinette del caffé.
In qualsiasi modo tu fossi arrivato negli uffici della Digos in questa notte qualsiasi, li avresti trovati con le luci tutte accese. Avresti dovuto vagabondare un altro po' per tutto il palazzo dalle geometrie impossibili, per arrivare a una stanza, dalla porta più curata e dal corridoio più pulito: se avessi potuto accostare l'orecchio alla porta avresti sentito poco, non avresti sentito gridare, ma avresti sentito diverse voci parlare lentamente, come a lasciare sospese le frasi.
Tornando nei corridoi della Digos avresti trovato i dirigenti della I sezione attaccato a due telefoni cellulari, in comunicazione con qualcuno dall'altro lato di Milano:
- “Che stai dicendo, Anto', vediamo di capirci, spiegami che è successo... Ok, eh vabbé... mo' due ... come? non è possibile... e dove stanno gli altri? Come quali altri? Dove cazzo li ha mandati la prefettura? Vabbé, arriva al punto... Non è possibile, non mi dire cazzate Anto'. Ok, informo il questore.”
La sequela di bestemmie che segue questa telefonata non rende onore agli anni di servizio del Primo Dirigente, motivo per il quale li ometteremo. Ci rende più orgogliosi narrare di come nel correre verso la stanza con la porta più curata e il corridoio pulito di poco fa, il nostro funzionario abbia stabilito un interessante record sui cento metri piani.
Quando esce dalla stanza, il Primo Dirigente non ha una bella cera, come se avesse ingoiato qualcosa di andato a male, scende le scale piano, fino a tornare nel suo ufficio. Chiude la porta al resto delle luci accese e si accende una sigaretta. Prende i telefoni cellulari e coordina il rientro dei reparti da San Siro.
Ci sono notti lunghe e notti un po' più brevi, e quando si ricordano momenti densi i secondi tendono ad essere più elastici di quello che si immagina. E' una notte lunga nella questura di Milano, quella dopo il derby Inter-Milan, un morto per strada, i giornalisti che tempestano di telefonate, e mezza città ancora in subbuglio.
E' una notte lunga scandita da arrivi importanti: prima il prefetto, poi un appuntato che porta un messaggio dalla Caserma Garibaldi, in via Moscova; uomini vestiti elegantemente entrano e escono dalla Questura come se fosse casa loro, che verrebbe da chiedersi se non sia il momento perfetto per un attentato, tutti così intenti come sono a evitare strafalcioni e dichiarazioni fuori luogo. Telefonate dai ministri, dagli esponenti politici, tutti che si sbracciano.
Il Questore vorrebbe solo andare a letto a dormire, come tutti gli altri esseri umani, ma la notte non accenna a finire, continua nel giorno e poi in un'altra notte, in telefonate frenetiche e riunioni più private che pubbliche, in comunicazioni alla famiglia, e nella lettura delle relazioni di servizio, nelle telefonate ai funzionari che erano lì, tutti tranne uno, nelle ipotesi e nelle controipotesi.
“Il Vice Questore Aggiunto del terzo Reparto Mobile di Milano Antonio Peccarisi è stato ucciso questa notte durante gli scontri che hanno avuto come protagonisti i gruppi ultras delle squadre Internazionale F.C. e A.C.Milan. Le prime notizie che abbiamo raccolto indicano una bomba carta lanciata contro l'auto del militare come la possibile causa del decesso.
Tutta la Questura di Milano si unisce nel cordoglio alla moglie del Vice Questore e alle sue due figlie.”
Da queste righe in poi, è l'Inferno.
3.
2 febbraio 2007
21:36
Morto un poliziotto colpito da una bomba carta
Un agente del reparto mobile della Questura di Milano è morto questa sera durante scontri tra forze dell'ordine e tifosi di Milan e Inter durante il derby milanese. La circostanza è stata confermata da fonti delle forze dell'ordine. L'agente sarebbe stato colpito al viso da una bomba carta.
21:39
Gabriele Oriali, dg dell'Inter: "Lascio il calcio"
"Mi dicono che un poliziotto è morto, aspettiamo la conferma ufficiale dall'ospedale San Raffaele, ma parlare di calcio è perfettamente inutile. Con questo ho finito, esco dal mondo del calcio". Lo ha detto prima della conferma ufficiale ai microfoni di Sky Sport il ds dell'Inter, Gabriele Oriali. "Non mi riconosco in tutto questo - ha aggiunto - Ho amato intensamente il calcio ma così mi sembra assurdo"
21:59
Bomba lanciata nell'automezzo della polizia
Il Vice Questore Aggiunto Antonio Peccarisi è morto nel reparto di rianimazione dell'ospedale San Raffaele, dove i medici hanno tentato inutilmente un intervento chirurgico per salvargli la vita. Il poliziotto, in servizio presso la questura di Milano ha subito gravissime lesioni per lo scoppio di una bomba carta lanciata all'interno del mezzo della polizia su cui si trovava.
22:14
Pancalli: "Stop per tutto il calcio"
Il commissario straordinario della Figc ha deciso lo stop per tutto il calcio italiano nel prossimo week end, dalla serie A alle giovanili.
22:56
Pancalli: "Senza misure drastiche non si riparte"
"Non è sufficiente una giornata. Senza misure drastiche non si riparte". Così il commissario straordinario della Federcalcio Luca Pancalli, parlando della sospensione dei campionati dopo i tragici fatti del derby Inter- Milan. "Non è sufficiente una giornata e per questo lunedì ci ritroveremo per un tavolo di emergenza con Prodi e i ministri Melandri e Amato".
23:11
Una decina di fermati
Una decina di persone sono state fermate dalla polizia dopo gli scontri seguiti alla partita Inter-Milan, in cui è morto un poliziotto. L'identità dei fermati non è stata resa nota, e non viene precisato nemmeno a quale delle due tifoserie appartengano. La loro posizione viene al momento valutata negli uffici della Questura.
23:51
Napolitano: "Profondo dolore, tutti reagiscano"
"Il Capo dello Stato, colpito dalla gravità degli incidenti e dall'impressionante numero dei feriti tra le forze dell'ordine e i cittadini, ribadisce che alla ferma condanna per la recrudescenza drammatica di atti di violenza in occasione di competizioni calcistiche debbano accompagnarsi scelte e comportamenti coerenti da parte di tutte le autorità responsabili contro degenerazioni che infangano i valori dello sport e offendono la coscienza civile del paese". Lo si legge nel comunicato del Quirinale.
3 febbraio 2007, Corriere della Sera, A. Bernetta
L'INDAGINE // “E ora si scoprano gli assassini”.
La morte di Peccarisi: i nostri figli vanno allo stadio armati.
“Lo hanno ammazzato come un cane”, urla Luca Traverso, uno dei colleghi del vice questore ucciso nella terribile notte di San Siro. Gli hanno lanciato una bomba carta nel Magnum: E' una diretta testimonianza la sua, che sgombra il campo da altre ipotesi, appena accennate dal caporeparto dell'ospedale San Raffaele, che aveva parlato di crisi cardiaca e successiva emorragia: “impossibile, fa sapere un collega della vittima, non c'è stato nessun corpo a corpo, ci hanno lanciato una bomba nel Magnum, una cosa orribile”. Una morte tremenda, una deflagrazione angosciante. Fatale la presenza di un manipolo di delinquenti, senza scrupoli e armati. “Lo conoscevano” ipotizza qualcuno, “aveva testimoniato recentemente in un processo contro alcuni ultrà. Per questo e altri motivi, si indaga in tutte le direzioni, ma le immagini parlano chiaro: l'attacco alle forze dell'ordine fu preordinato. Gli inquirenti si fanno sfuggire qualcosa, qualche sito internet in cui erano previste modalità e appuntamenti e addirittura link a siti che spiegano per filo e per segno come fabbricarsi ordigni rudimentali. I carabinieri setacciano immagini e il mondo del web, alla ricerca di un filo conduttore. Si indaga a tutto campo, ma Piero Libonesi, il pm che coordina l'Arma, è convinto che dietro agli scontri ci sia un chiaro movente politico. “Ci sono dinamiche di curva, che sfociano nella politica, senza alcun rispetto per la vita umana: ci stiamo muovendo su tutto”, dice in tono umile. L'atmosfera nel Palazzaccio è tetra, sfuggente, c'è il massimo riserbo delle grandi occasioni, di quando una dichiarazione può mettere a repentaglio un'indagine. Idem in via Moscova: non si muove una mosca alla presenza di un manipolo di giornalisti.
I vecchi lettori di gialli lo sanno: gli omicidi (perché di questo stiamo parlando) si risolvono in 24 ore e qualcuno già parla di video e riscontri inequivocabili. In attesa dell'autopsia sul corpo del vice questore ucciso, sono cominciati i primi movimenti da parte delle forze dell'ordine, impegnati tutta la notte a visionare filmati.
Il clima è di quelli da giro di vite: nessuno pensa si possano più tollerare eventi del genere.
Stride, in questo contesto, il ritrovamento di alcune scritte becere, “Meno uno”, “Vendetta”, condannate da tutta la città, stanca e stufa di prevaricazione da parte di minoranze politiche di teppisti senza scrupoli. Sulla vetrina di un AN point in corso Buenos Aires una scritta che il questore di Milano definisce “folle” e che recita “Gas CS assassino, ma la colpa è degli ultrà”: è già stata cancellata, nella notte. Un'offesa all'Arma che giunta in soccorso della Polizia si è trovata di fronte una situazione “da guerra in Iraq”, fa sapere un maggiore del Battaglione Lombardia, scampato, durante la sua missione di pace, al tragico agguato di Nassirya.
“Abbiamo a che fare con qualcuno che vuole mettere in ginocchio questa città, ha tuonato il sindaco Moratti, una severa condanna è giunta dall'omonimo presidente dell'Inter, “tanti sforzi, e questo è il risultato”. Silenzio da via Turati. Berlusconi non parla e come lui tace tutta la dirigenza rossonera. Il presidente è a Roma, impegnato nella gestione politica del caso. Non solo calcio, non solo teppismo: la piaga è infatti sociale, politica se si pensa la vicinanza di certi ambienti a certi partiti. In attesa che il calcio si fermi, le indagini procedono a passo sostenuto: già nella mattinata di oggi sono previsti altri fermi e arresti. E il calcio, almeno in attesa che vengano trovati l'assassino o gli assassini, si fermi e rifletta.
Alessandro Bernetta
3 febbraio 2007, La Repubblica,
Quando il calcio incontra la malasanità?
Domande, solo domande. Dovremmo farle a chi può rispondere: ora però non sembra il momento. Perché sulla morte del vicequestore aggiunto Antonio Peccarisi si sono susseguite, in pochissime ore, più versioni differenti? L'autopsia chiarirà tutto, ma è innegabile ci sia stato un corto circuito comunicativo. E' chiaro a tutti che il problema è un altro, ma il fatto che su una tragedia se ne addensi un'altra non lascia molte speranze sul futuro di questo paese.
Peccarisi giunge in ambulanza al San Raffaele. E' considerato subito grave, è in piena crisi respiratoria. Un suo collega spiega le dinamiche: Peccarisi è stato colpito da una bomba carta, scagliata dentro la macchina. Perché allora il caporeparto parla di crisi respiratoria a causa di un trauma toracico?
Perché Peccarisi è stato velocemente, sono opinioni raccolte in ospedale, trasportato dalla sala delle radiografie, alla sala operatoria e infine dichiarato morto?
E' presumibile che, alla tragedia di un grave ferimento nei confronti di un poliziotto dello Stato italiano, la sanità italiana, già ultimamente sotto pressione, abbia compiuto un altro errore tragico? Certamente oggi leggerete su tutti i giornali la tesi della bomba carta: è stata confermata anche dal primario, visibilmente imbarazzato a seguito delle voci che cominciavano a svolazzare per i corridoi putridi del nosocomio meneghino. Confusione suprema, perché insieme a Peccarisi sono giunti immediatamente altri feriti, tra le forze dell'ordine, trasportati da quelle ambulanze che, a fatica, si sono fatte larghe tra la guerriglia urbana.
Le indagini, ovviamente, non possono che attendere l'esito dell'autopsia: una volta chiarite le cause della morte, sarà possibile cominciare a lavorare sui filmati, pochi a quanto pare, che potrebbero permettere di risalire ai responsabili. I fermati ad ora, ma è certo ne seguiranno nelle prossime ore, non sono accusati di omicidio. Più facile che i primi fermati siano stati “raccolti” durante gli incessanti presidi del territorio operato dai carabinieri, che stanno effettuando le indagini.
Il Generale Baden ha detto di essere in perfetta sintonia con Prefettura e Procura sul da farsi: il giro di vite è questioni di minuti, ha detto. Si indaga su ogni pista, specie quella che collega le frange del tifo a gruppi politici non nuovi a confronti del genere con le forze dell'ordine e che non rientrano nel new deal che ha visto nel tempo i cosiddetti centri sociali trasformarsi in un labirinto di arci. Qualcuno evidentemente non ha gradito il cambio di posizionamento all'interno del mercato politico milanese, fa sapere De Corato, che spinge per arresti proprio in quei settori. Ci appare, sia consentito di dirlo, una tesi ancora troppo azzardata per essere una reale pista investigativa: troppi i fatti strani accaduti negli ultimi tempi all'interno degli universi ultras rossoneroazzurri per non considerare questa la pista principe.
Rodolfo Gualcioni
4.
Sono cinque anni che gestisce quel bar. La sua principale innovazione appena arrivato, è stata inserire, al fianco del bancone, i gelati artigianali. Ai carabinieri racconta che lo fa personalmente lui, a mano. Vorrebbe spiegargli quei trucchi che con gli anni ha imparato, scegliere un tipo di frutta, osservare la preparazione e il gusto più buono di un gelato artigianale. I militari sembrano decisi a credergli pur non concedendogli alcuna soddisfazione circa la sua arte oratoria e spesso ancora oggi chiedono un'aggiunta di crema al caffè, specie di sera, dopo la cena consumata nella mensa della caserma di via Moscova, a pochi passi dal piccolo bar. Ha anche qualche tavolo fuori, ma la via è sempre talmente trafficata che difficilmente, anche d'estate, qualcuno opta per quel genere di servizio. Quella sera Salvatore, il barista, quando vede entrare quelle quattro persone abbassa il volume della radio, che incessantemente sputa parole a proposito degli eventi tragici del derby. Poi quando sente i loro primi bisbigli, alza ancora. Lui non vuole certo dare nell'occhio. Lui è di origine napoletana, tifa per il Napoli e non sono poche le volte con cui accenna a qualche discorso calcistico con quale maresciallo o appuntato con cui si è perfino incontrato. Nell'infanzia, s'intende, in qualche piazzetta a tirare calci a un pallone o addosso a qualche altro cristiano. Si davano e si prendevano, a mani nude, ragiona nella sua semplicità Salvatore. E' disgustato come tanti altri, non si capacita come sia possibile che succedano certe cose. Quando poi muore un poliziotto, ovunque, pensa sempre che potrebbe essere qualche suo amico. Conosce tanti ragazzi del Sud che in assenza di niente, sono andati al Nord con una divisa. Alcuni anche a malincuore, a beccarsi poi gli insulti, la disoccupazione ti ha dato un bel mestiere. Di merda, lo sanno bene anche loro. Lui aveva preferito fare il barista; pur rispettando le scelte di ognuno, sbirro, mai. Ne è certo.
Solo con un tenente di Ancona, Pasquale in cinque anni aveva scambiato qualche parola più del solito. Era stato lui a spiegargli come funzionano i meccanismi di carriera e vita all'interno della caserma. Per questo, quelli che sono entrati nel suo bar lo hanno messo in leggero imbarazzo. Sembrano persone importanti. E' passata da poco la mezzanotte.
Il più grosso di quelli è entrato per primo, dopo di lui sono entrati un uomo in divisa e altri due in borghese. Qualcuno ha sussurrato, l'hanno già cancellata, l'altro ha detto, domani dovremo leggere molto.
Quello in divisa si è messo di sbieco rispetto al bancone, senza neanche guardarlo in faccia e Salvatore scorge la stelletta zigrinata e la corona turrita: significa che è un maggiore. Per carità, niente di che, ma sicuramente qualcosa in più rispetto agli appuntati con cui di solito Salvatore scambiava tre, dico tre, parole. Salvatore si è sporto dal bancone e quasi più per la tensione procuratagli da quell'ingresso così maestoso, passa la spugna rapidamente sul finto legno su cui poggiano zuccheriera, latte freddo e un piattino con del limone. Prima aveva servito un'acqua con gas. Non ce n'era affatto bisogno di pulirlo, il bancone, ma qualcosa doveva pur fare.
Quattro caffè, non sembrano avere particolarmente fretta. I loro accenti non sono marcati, finché non parla il più grosso dei quattro, un uomo stempiato, pochi capelli bianchi, viso da duro e baffi imponenti. Lui è decisamente romano de Roma pensa Salvatore.
“Mò”, dice, “se deve avvisà Roma. Da domani tocca pure a loro.” Lo dice facendo roteare la tazzina nella sua mano. Poi la riappoggia al bancone, prende lo zucchero e lo infila nel caffè e poi ancora a roteare la tazza.
“E sta storia del caporeparto”, dice uno. Salvatore nel frattempo finge di lavare i piatti e i bicchieri. Di pomeriggio serve anche toast e panini, giusto per passare un po' il tempo. Ne prepara pochi, il suo era un bar da caffè rapido, di passaggio. Però, pensa ogni sera, è davvero preciso, perché alla fine non ne resta neanche uno. Un filo d'acqua, che comunque Salvatore è un tipo curioso. Un filo d'acqua fa decisamente meno rumore, qualche parola qua e là può scorgerla. Ha la sensazione che per loro, la sua presenza, sia quasi impercettibile. Per un attimo vive la sensazione di essere invisibile o mancante di suono. Specie quando un piatto gli scivola dalla mano e scontrando un bicchiere nel lavabo, si rompe. Nessuno fa caso a lui, né al rumore.
La radio parla di indagini: per un attimo i quattro sembrano colti da una forma di attenzione verso qualcosa. Pubblicità. Domattina, domattina ci sarà da divertirsi, dice uno dei quattro, in borghese. Ha i capelli lunghi, un catenone che spunta perfino dalla giacca di pelle, jeans sgualciti e stivali stile Camperos ai piedi. Lo avesse visto da solo, Salvatore avrebbe aperto il cassettino dove tiene lo spray anti aggressione e avrebbe sistemato il cellulare dritto dritto sul 113. D'altronde ci avrebbero messo poco. E d'altronde è da rintronati fare una rapina nel bar affianco a una caserma. Infatti non lo avevano mai rapinato. Insomma il tipo è un poco di buono a guardarlo così. Sarà un infiltrato pensò Salvatore. Brutta bestia, è l'accompagnamento al pensiero di quella strana sera.
“Si”, dice il maggiore, “speriamo di fare un paio di giorni per bene, io poi dovrò dedicarmi ad altro.” E' l'unico a sedersi. E pensa, il maggiore Luglio, pensa. Sono ormai quasi dieci mesi che è a Milano. Era stato mandato lì appositamente, da Roma. I modi con i quali alcuni fatti che di lì a poco sconvolgono la nostra esistenza, e poi prendono forma nella mente e poi si traducono in decisioni, azione e castigo, spesso, sono assolutamente imperscrutabili. Non avrebbe saputo raccontare a nessuno i modi e i tempi con i quali era stata decisa la sua venuta a Milano. Né avrebbe saputo specificare l'inizio di quel periplo di relazioni e discorsi a bassa voce, telefonate notturne e incontri all'alba, che ha dato inizio a tutto. Certo, pensava, le amicizie sono importanti. Avere un generale dalla propria, unitamente a un politico, però, fa la differenza. Sei mesi di preparativi. Per fortuna, pensa, ha avuto piena libertà di azione e a Milano aveva trovato un terreno decisamente fertile. Il prefetto non aveva problemi rispetto alla sua azione; il questore, per carità, lo avevano avvisato. "L'unico tuo problema sò i digotti”.
Il problema poi era che a Milano, in quanto a conoscenza di tutto un sottoterra composto da balordi italiani, la polizia era decisamente avanti ai carabinieri. Il suo quindi era stato un lavoro a compartimenti, un lento e inesorabile processo di accelerazione di eventi, dinamiche, decisioni, rancori. Spesso lo aveva dovuto fare senza il terreno idoneo per quel genere di peripezie. Cambiare la testa delle persone, insinuarsi nei loro rapporti e pensieri. Mica robe facili. In quei dieci mesi aveva messo a punto una fine conoscenza dell'animo umano e in fin dei conti, alla fine, si sentiva parte di un buon progetto. Il paese stava andando a rotoli, tra un pò si finirà per prendere ordini da un invertito in rosa. Non era stato facile e sinceramente, dentro di sè, non è certo di aver fatto tutto in modo preciso. In certi momenti ci vuole poco perché tutto cada, perché tutto svanisca. E dire che alla fine, a pensarci bene, le sue azioni preparatorie erano state impeccabili. I suoi uomini, ed è orgoglioso anche mentre lo pensa in quel bar sfigato, di poter dire i suoi uomini, si erano mossi in modo preciso e determinato, alla faccia di quel maggiore milanese che si lamentava ogni giorno. Per raccattare travoni e spacciatori da quattro soldi. Ma del resto le vie verso la gloria, come i modi in cui essa prende forma e coscienza, sono altrettanto imperscrutabili.
Salvatore osserva il maggiore alzarsi, avvicinarsi alla cassa, tirare fuori due euro e quaranta precisi, posarli sul piattino che si illumina al contatto con i soldi, robe cinesi, marò, e poi li guarda, quasi al rallentatore, uscire dal suo bar.
“Cazzo di macchina stretta”, sta pensando il quarto uomo, quello in borghese ma vestito decisamente in modo elegante. E' l'unico a non essere carabiniere e certamente consciamente. “La vita militare”, ha sempre pensato, “non è mai stata nelle mie corde”. Ha scelto la politica ed è convinto di avere fatto bene. Ora sono in quattro in auto e si stanno dirigendo presso un comando decisamente meno in vista della caserma principale di Milano. Devono mettere a punto alcuni dettagli, devono pianificare un paio di interventi, hanno bisogno di una scrivania, di fogli, di una macchinetta del caffè. Lui personalmente avrebbe bisogno anche di farsi una sniffata o forse di farsi un pompino o forse di tutte e due le cose, ma in questo momento, è un politico d'altronde, sente che deve anteporre i suoi interessi a quelli del paese. E' un momento storico, ma lo sanno in non più di venti persone. In tutta Italia, si intende. Il resto li avrebbe seguiti, apprezzando il fatto di trovarsi tutto già pronto e preparato. Lui ne avrebbe guadagnato, pensava? Decisamente si, era la risposta.
Per fortuna il tragitto è breve e può scendere dopo un viaggio silente e accompagnato solo dal tintinnare degli anelli sulla portiera, di quello che sembra una leggera. Odore di brillantina e piacere di stare insieme solo per criticare. Gli viene in mente chissà perché, proprio quella canzone. Per strada è il deserto, come mai gli è capitato di vedere la sua città. Forse perché quando era giovane lui, era da molto che non tornava a Milano per starci più di un mese, per strada a quell'ora le barricate spesso erano ancora fumanti. Che rivincita, pensava.
Il maresciallo Pez è quel che si dice un esaltato. E' sempre il primo a voler complicare ogni genere d'azione. I rapporti dei suoi superiori tendono a tenerlo sotto controllo, ma all'improvviso, lui, si è ritrovato ad essere importante. Strane cose succedono, pensa nel suo accento sardo. Dal niente, dal niente. Percorre rapidamente il corridoio del comando, supera agilmente la stanzetta dove piazzavano quelli che smarrivano i documenti o altro, e si catapulta ad aprire la porta. Ha già avuto la sua piccola parte di importanza, ora sta per entrare nel vivo. Pensa a sua sorella, sarebbe stata orgogliosa di lui. I quattro entrano veloci e non lo guardano neanche. Il maresciallo Pez sente un lieve risentimento, si sentiva importante. E ora già un po' meno.
“Signori”, dice quasi rincorrendoli, “domani mattina ne blindiamo una cinquantina, è già tutto pronto”. Neanche una risposta. “Signori”, bofonchia, “credo dovremo assicurarci che nessuno di questi giornalisti ci venga a scassare l'animo”. Ha cambiato alla fine il termine, gli stava scappando “un cazzo” che mai avrebbe voluto pronunciare di fronte all'Onorevole. Niente ancora. I quattro camminano guardando avanti e senza dire una parola. Arrivano nel suo ufficio e si accomodano.
“Pez”, dice il maggiore, “invece di perdersi in quisquilie, faccia quello che sa fare. Domani riempite di tante belle mazze le vostre auto, dovrete entrare anche in molti locali, no?”
Pez fa si con la testa, è un ordine. “E vedi di non farti beccare da qualche zecca a sto giro”, fa quello zozzone che puzza di brillantina. Fa ancora di sì con la testa. Quando la rialza l'Onorevole, senza dire neanche una parola, lo fa arretrare, piano piano, controllando di non avere nulla alle spalle, finché non chiude la porta.
5.
Ho appena finito di leggere l'articolo che mi hanno pubblicato su Repubblica oggi, a meno di 12 ore dalla tragedia del derby. Sono sicuro che il mio fiuto non mi può tradire proprio questa volta: c'è sotto qualcosa. Quando in Italia si scatena un putiferio di questo livello, c'è sempre sotto qualcosa. D'altronde sono di sinistra, sono interista, e sono abituato a scrivere di giudiziaria: non c'è modo che qualcuno mi convinca che è tutto filato liscio come le prime agenzie e le prime dichiarazioni lo hanno raccontato. Per questo ho seguito l'intuito e mi sono spulciato le ansa una dopo l'altra. E infatti è bastato poco per trovare le contraddizioni: tutti parlano subito di una bomba carta, ma le prime dichiarazioni dall'ospedale parlano di arresto respiratorio... Ma si è mai sentito che una bomba che ti scoppia dentro la macchina ti faccia smettere di respirare? Scava di qui, scava di lì, ecco la dichiarazione che cercavo: Peccarisi appena arriva viene trattato come un arresto respiratorio, solo dopo portato in sala radiografie e poi operato nel reparto chirurgia, ma non ce la fa. Che cosa c'entra il reparto chirurgia con una bomba carta? Perché non ce l'hanno portato subito? Sia polizia che carabinieri stanno facendo un filtro bestiale... Per parlare con qualcuno che mi potrebbe dare informazioni accettabili dovrei fare intervenire direttamente il Direttore, che comunque a Milano non è messo bene a contatti come a Roma... Ci vorrebbe Bianconi, ma mi odia.... Che casino...
Il suono inconfondibile del mio client di posta mi risveglia dal torpore. E' mezzogiorno, normalmente non sono neanche in ufficio a quest'ora, ma ad inseguire un avvocato o un giudice in qualche androne del Palazzaccio... ops, del Tribunale di Milano, chissà chi mi manda un messaggio... Sarà un'altra mail sul viagra o il cialis o chissà cos'altro...
“Caro dottor Gualcioni,
ho appena terminato di leggere il suo articolo mentre attaccavo il turno e mi ha molto colpito. Lei non mi conosce, ma sono certo che la interesserà sapere che posso darLe informazioni di prima mano circa i dubbi che Lei manifesta. Non voglio dirLe di più attraverso un mezzo così freddo e antipatico come questa scatola che ho di fronte: oggi stacco alle quattro di pomeriggio, perché non ci troviamo a bere un caffè dalle parti del Bar Ateneo verso le quattro e mezza?
Spero comprenderà il mio desiderio di rimanere anonimo...
Distinti Saluti
un anonimo infermiere”
Difficile descrivere le mie sensazioni: prima un entusiasmo folle mi conquista come una vampata di calore, quasi mi metto a ridere da solo davanti al computer, poi rileggo la mail, quasi non ci credo... Poi il mio cattolicesimo indotto colpisce duro, nonostante io sia ateo dichiarato (ma pure sempre italiano, o in ogni caso neolatino), e mi ritrovo a biasimarmi per la gioia che sto provando circa le notizie sulla morte di un poliziotto. Cerco disperatamente di sentirmi disperato, ma non ce la faccio, continua a riaffiorarmi un sorriso ebete sulla faccia. Che si trasforma in una risata quando leggo l'intestazione della mail: oscaruccio@hotmail.com. In effetti molto anonimo... Chissà quanti infermieri anonimi di nome Oscar ci sono al San Raffaele! Speriamo che non faccia la stessa gaffe il giorno che vuole denunciare un caso di malasanità o si ritrova licenziato in mezzo secondo.
Mi alzo e passo dal capo redattore ad avvisarlo che ho una storia per le mani e che gli farò sapere quanto prima se è una pista giusta o è un buco nell'acqua. Lui ha già abbastanza carne al fuoco, tanto che il non doversi preoccupare di me e di quello che scriverò quasi lo consola, nella certezza incrollabile che entrambi sappiamo che un passo falso costerà il posto a me e non certo a lui.
Il Bar Ateneo è il bar più scomodo di tutti quelli intorno alla Statale, privo com'è di tavolini e di posti a sedere: sembra essere stato pensato per scoraggiare gli studenti dal fermarsi troppo nei paraggi, dal bighellonare. “Ah, la Milano Capitale Morale di asburgica memoria!”, penso, mentre sorrido goffamente. Prima di arrivare nei pressi di via Festa del Perdono, sono dovuto passare a comprare un lettore mp3 che avesse anche il microfono interno: non voglio allarmare l'anonimo Oscar, ma se non registro quello che mi dice sono quasi certo che non avrò più la possibilità di avere la stessa testimonianza. Vuoi perché qualcuno lo convincerà a stare zitto come hanno fatto quasi certamente con il suo Capo Reparto, vuoi perché si renderà conto da solo che le sue informazioni si possono far pagare care, molto più care del suo stipendio da infermiere.
Mentre prendo un caffè al Bar Arcibaldo, sull'angolo proprio di fronte all'ingresso moderno dell'Università, piatto e senza i fantastici rilievi in mattoni dell'archittettura originale di quando era un Ospedale, ironia della sorte, faccio le prove di registrazione, mettendo il piccolo apparecchio elettronico in tutte le tasche che ho e provando a parlare. Decido che il risultato migliore lo ottengo con l'aggeggio nella tasca della giacca: se non muovo troppo le braccia il tessuto non sfrega contro il microfono e si sente tutto abbastanza bene, abbastanza per contare come prova giornalistica. Ovviamente in un tribunale non durerebbe mezzo secondo con le difese a spergiurare che io l'abbia falsificata, ma ho passato troppo tempo in mezzo ai palazzi di giustizia per preoccuparmi di come finirà un processo, tanto finiscono tutti allo stesso modo, quindi tanto vale tutelare il mio di mestiere... E forse non solo quello...
Alle quattro e mezza spaccate entro nel Bar Ateneo, dopo aver acceso il lettore mp3, e vedo lì inequivocabilmente Oscar: la barba lunga di due o tre giorni, i capelli castani che sparano a caso in tutte le direzioni, un viso regolare che sottolinea i lineamenti un po' accentuati, come il naso un po' adunco e gli occhi scuri sormontati da due sopracciglia foltissime, un po' come lo zio Bergomi prima che diventasse un commentatore di Sky. E' vestito in maniera, questa sì, totalmente anonima, e quando mi vede mi fa cenno di seguirlo verso il giardinetto che c'è in fondo alla via e che costeggia la parte ancora non rammordernata dell'Università. Io non faccio neanche un cenno, vado alla cassa e compro un pacchetto di cicche, e poi mi muovo verso il parchetto: mi sento in un film di spionaggio un po' grottesco, ma non mi costa nulla assecondare le paranoie di Oscar.
Mi siedo su una delle due panchine che ci sono nel parco: oggi c'è un sole incredibile per Milano a febbraio, accecante per quanto non ci sei abituato. E' solo in questi giorni che capisci perché chi abita a Roma o a Genova, insomma in qualsiasi città a parte Milano, non sopporti la metropoli lombarda. Non faccio in tempo a finire questo pensiero che l'anonimo Oscar mi si siede accanto.
- Buongiorno dottore
- Buongiorno Oscar.
Mi si butta su un braccio gridando sottovoce:
- Come fa a sapere il mio nome?
- Ma cosa fa, non faccia così che attiriamo solo l'attenzione!
Mi molla il braccio e io spero vivamente che non abbia toccato il tasto del lettore mp3 nella foga.
- Già scusi, ma come fa a sapere il mio nome?
- oscaruccio@hotmail.com
Lo sguardo dell'uomo che ho di fronte mi fa quasi tenerezza. Ovviamente non aveva considerato il fatto che nelle mail compare l'indirizzo.
- Io non ci capisco nulla di computer, la mail me l'ha fatta mia moglie per scriverci... Sa sono di giù...
In effetti Oscar parla con un fortissimo accento molisano, ma non parla in dialetto. Si vede che è una persona normale, con un lavoro normale, che a volte include salvare la vita ad altre persone. Ah, la retorica, ormai mi è entrata nel cervello, non riesco più neanche a pensare senza infilarci qua e là un po' di “pensiero comune”.
- Comunque non dirà a nessuno il io nome, vero?
- Si figuri, so come proteggere le mie fonti. Non si deve preoccupare.
Una piccola bugia quotidiana del prontuario della categoria. Ogni volta mi infastidisce, ma che cosa dovrei dirgli? “Se esce l'articolo metterò solo le tue iniziali così chiunque sa chi sei ma tu non mi potrai denunciare”?
Stavo per dargli del tu, ma mi sono reso conto che per Oscar il darmi del Lei aumenta la sensazione di garanzia. Vorrei tempestarlo di domande, ma so che è meglio aspettare.
- Guardi, quanto è vero Iddio, io sono una persona onesta, non ho mai fatto male a una mosca, e non mi azzarderei mai a dire male di un poliziotto... Che poi mio cugino è anche carabiniere, quindi come potrei mai? Comunque, io non direi mai male di un poliziotto, ma mi hanno sempre detto che bisogna dire la verità, e allora ho pensato che dovevo dirlo a qualcuno...
Oscar si guarda intorno parlando a voce bassa, spero non troppo bassa per il mio aggeggio. E' evidente che non sappia da dove cominciare.
- Senta, non so come dirglielo, ma secondo me il poliziotto non è morto per colpa di un bombone... Come si chiama, una bomba carta, ecco...
Dentro di me sento un tonfo. Bingo. Spero di non lasciar trasparire quello che sto pensando per non allarmare l'anonimo infermiere.
- Vuole dirmi che hanno sbagliato diagnosi e che doveva essere portato subito in chirurgia... come qualcuno ha dichiarato la sera stessa, prima che la dichiarazione venisse corretta dal Capo Reparto...
- No, no, che c'entra, ero io quello di quella sera, poi il Capo Reparto mi ha detto di stare zitto che ci pensava lui e sono tornato al lavoro. Semplicemente, quando è arrivato in ospedale, il poliziotto era in arresto respiratorio. Noi abbiamo provato subito a farlo riprendere con le solite tecniche, ma non funzionava... Allora gli abbiamo aperto la divisa e ci siamo accorti che non aveva nessun segno sul petto, allora lo abbiamo portato in sala radiografie e poi in chirurgia, perché aveva una lesione interna enorme, dottore! Qualcosa gli aveva spappolato il fegato e poi c'era stato l'arresto respiratorio!
- Scusi, un secondo, vuol dirmi che non avete sbagliato diagnosi?
- In parte... In effetti c'era un arresto respiratorio in corso, ma le condizioni dell'agente non sarebbero state cosi' irrecuperabili se fosse stato solo per quello. Il punto è che non è morto come c'è scritto sui giornali: è morto per una emorragia epatica, insomma, per un colpo, e anche bello forte, sicuramente non un pugno... Poi magari è stata la bomba carta come dite voi, ma avrebbe dovuto avere anche qualche ustione sparsa sul corpo o sull'uniforme, invece io non mi ricordo nulla di particolare... Mi sono spiegato?
- Si è spiegato benissimo...
La mia voce deve essere apparsa come dall'oltretomba. Non posso credere a quello che stanno sentendo le mie orecchie: altro che malasanità, qui il problema è di tutt'altro livello. Per andare fino in fondo, ci sarà bisogno di molto di più che la testimonianza di questo brav'uomo, o di un colpo di fortuna o dei i miei ganci improvvisati. Per la prima volta in vita mia, mentre Oscar mi finisce di raccontare i dettagli della notte del derby Inter-Milan finito in tragedia, intuisco il senso della frase: “ho sentito scorrere un brivido freddo lungo la schiena”. E' esattamente quello che sto provando io in questo istante.
6.
3 febbraio 2007
08:36
50 arresti, molte perquisizioni
Dopo gli incidenti di ieri sera a Milano, i Carabinieri hanno arrestato 50 persone appartenenti alle varie frange dl tifo milanista e interista. Perquisiti club e sedi arci di ex centri sociali. “E' in atto una guerra e noi sapremo rispondere”, fanno sapere dai corridoi di via Moscova. Dei fermati, ad ora, a nessuno è stato motivato l'arresto per l'omicidio di Peccarisi, il funzionario morto in seguito agli scontri
09:45
Amato: linea dura
Il Governo si incontrerà domani per decidere sul da farsi. Tra le misure previste: steward delle società al posto delle forze dell'ordine, no al pubblico per gli impianti non a norma, divieto di trasferte organizzate. “E' passato troppo tempo e troppa violenza, è il momento di usare il pugno di ferro”, ha detto Amato.
13:50
Hornby: copiate gli inglesi
Il popolare scrittore britannico invita, sulle pagine de La Repubblica, a copiare il modello inglese. “Così abbiamo distrutto gli hooligans, così ora allo stadio vanno solo le famiglie”.
16:50
Si esaminano i filmati
E' una corsa incessante contro il tempo quella dei carabinieri, intenti ad analizzare filmati e ogni elemento possa accelerare la caccia all'assassino, o agli assassini, del funzionario di polizia ucciso. La speranza è che qualcuno tra gli arrestati collabori. Nel frattempo, alcuni esponenti del tifo milanese e dei centri sociali, denuncia violenze da parte delle forze dell'ordine nel compiere fermi e perquisizioni.
21:35
Domenica non si gioca
E' ufficiale, nella giornata, la decisione di Pancalli e di tutto il mondo del calcio. La giostra deve fermarsi, ha fatto sapere il presidente del Palermo, Zamparini. Saremo disposti, ha aggiunto, a collaborare con il Governo, sia per lo stop del campionato (a tempo indeterminato), sia per quanto riguarda le misure di sicurezza
20:58 Alemanno: ASBO unica soluzione
“Difficilmente avverrà, ma l'ASBO inglese è l'unica soluzione, se estesa non solo allo stadio, alle orde di teppisti che usano il calcio come motivo per scatenare una guerra alle forze dell'ordine e allo stato”.
23:35
Domani le decisioni del governo
Si preannuncia un durissimo decreto legge da parte governativa per porre fine alle violenze nel calcio. Domani previste perquisizioni in tutta Italia, non solo a Milano dove continueranno, per porre definitivamente fine alle violenze nel calcio. E' un disagio sociale, ha specificato Amato, ci stiamo muovendo di conseguenza. Previste norme che sanciranno la nascita degli steward all'interno dello stadio, cui verranno delegati compiti di sicurezza
4 febbraio 2007, Corriere della Sera, A. Bernetta
L'INDAGINE // “Vicini agli assassini”.
Proseguono le indagini. Intervista a un futuro steward di San Siro. L'opposizione chiede gli ASBO
Milano
Frenetico. Il lavoro compiuto dai carabinieri non potrebbe essere definito altrimenti. Stamattina oltre 70 perquisizioni, 50 fermati, nessuno ancora per l'omicidio del povero Peccarisi. Le immagini degli scontri e del lancio della bomba carta sono al vaglio degli inquirenti, alla disperata ricerca di riconoscere volti, spesso incappucciati, tra gli aggressori. Una bomba carta. Molte quelle lanciate dai facinorosi, insieme a petardi, fumogeni, molotov. Altro materiale bellico è stato ritrovato nelle sede degli ultras e in molte loro abitazioni. La stretta continua, mentre il mondo del calcio attende le dure sanzioni del Governo.
La mano di ferro - e d'altronde abbiamo imparato dal g8 che le perquisizioni non si fanno con i guanti - è richiesta da tutti. Qualche parlamentare della sinistra radicale ha denunciato i modi irruenti, con i quali alcune delle perquisizioni sarebbero state compiute. Alcuni ragazzi arrestati pare siano stati interrogati in ospedale. Da via Moscova fanno sapere che in molte sedi e abitazioni, oltre ad armi (listarelle di zaini usati come arme improprie, biglie, coltellini a serramanico, coltelli da cucina) sono state trovate “ingenti” quantità di droga.
In questo momento, però, come sostiene Ascierto, ex carabiniere, oggi onorevole per AN, “nessuno fa caso ai modi: c'è la sicurezza di un paese da consolidare. La sinistra radicale costituiva un problema solo per noi, e ora?”. Le indagini, fanno sapere dalla Procura, hanno intenzione di essere a trecentosessanta gradi. Ci saranno probabilmente molti stralci dal filone principale dell'inchiesta, perché il numero degli arrestati e dei fermi, pare possa mettere in moto un incredibile meccanismo di reati a catena. “Sono i nostri figli e li scopriamo violenti e in perenne lotta contro le forze dell'ordine”, dice Cossutta, mosca bianca di un'estrema sinistra da tempo a difesa dei diritti degli ultrà. “Il calcio non c'entra niente”, chiosa l'Armando interista.
Il piano di attacco fu preordinato, dice il Generale Baden: “gli ultras di Milan e Inter c'entrano poco. Da tempo con loro questura e caserme hanno raggiunto un accordo di tacita collaborazione. Non è un caso che ci siano stati anche lievi e minimi scontri tra tifosi della stessa squadra. Alcuni ultras milanisti si sono messi a difendere le forze dell'ordine. Le immagini lo dimostrano e noi non possiamo non tenerne conto. Per gli assassini è questione di ore”. Da registrare, nella tarda serata di ieri, un summit nella sede romana di Alleanza Nazionale. Alemanno ha fatto sapere che AN, “torna finalmente su posizioni determinate”. Il governo, ha fatto intendere Alemanno, “o dimostra di sapere gestire questa fase, o sarà meglio se ne vada a casa. Servono gli ASBO, altro che chiacchiere”.
Il modello inglese, gli ASBO//
Gli Asbo - Antisocial behaviour orders, indrodotti nel 2003 dal governo Blair - sono considerati l'unico strumento efficace contro gli atti incivili. Le sentenze sono emesse da giudici civili su richiesta delle istituzioni sociali - comuni, scuole, enti per le case popolari - che puniscono i comportamenti al limite della delinquenza: graffiti, piccoli furti, schiamazzi notturni, atti vandalici. Può essere condannato chi ha più di dieci anni e provoca disturbo all'ambiente in cui vive: una definizione molto ampia. Le sentenze si traducono in ingiunzioni o regole specificatamente adattate al caso dell'accusato: proibiscono, per esempio di frequentare un determinato luogo, uscire dopo una certa ora, ascoltare la musica a volume troppo alto, insultare, usare il cellulare, ricevere più di due persone a casa. Il mancato rispetto di queste ordinanze può portare a una condanna da due a cinque anni di prigione. Le accuse sono spesso basate su denunce anonime, non ci sono testimoni e non c'è un vero confronto. Solo giustizia sommaria, che in questi casi pare essere l'unico deterrente. Vedremo chi avrà il coraggio di adottarli anche in Italia.
L'intervista
Abbiamo intervistato Luca M., storico membro della curva nord dell'Inter, da tempo passato a fare lo steward in tribuna d'onore. Per loro, tra poco tempo, nuovi compiti per garantire l'ordine all'interno degli stadi.
Intanto, che ne pensi di quanto accaduto?
Ne penso il peggio possibile. Credo che questi teppisti, che si conoscono, che fanno le loro attività alla luce del sole, non sappiano cosa significano l'ordine e la necessità di rispettare delle regole. Lo stadio è dello Stato e vigono le leggi dello Stato
Cosa intendi per attività alla luce del sole?
Intendo i concerti, le presentazioni che tutti questi centri sociali fanno, invitando ex terroristi, bighellonando tutto il giorno, fumando droga, drogandosi. Questi allo stadio pensano di esser in un centro sociale e i loro nemici sono i camerati, come li chiamano loro e i poliziotti.
Non ti sono molto simpatici...
A chi lo sono?
Come cambierà la tua attività all'interno dello stadio?
E' da tempo che chiediamo nuove regole. Noi come compagnia di sicurezza privata “Tradizione e sicurezza” da tempo chiediamo all'Inter la possibilità di entrare in curva e controllare quanto accade. Tieni presente per altro che la Nord è tutta composta da ultras che da tempo hanno siglato dei patti con la società. La Nord non è un problema. Sono un problema quei gruppetti di teppisti che si posizionano nella Sud e inneggiano alla Palestina, a Al Quaeda. Ma il problema è fuori, dove si annidano i teppisti veri. Per questo noi chiediamo di poter agire anche lì: se la responsabilità delle società viene allargata, noi dobbiamo gestirla e siamo in grado di farlo.
Sarete armati?
Chiediamo almeno un manganello e il gas urticante. Se dobbiamo fronteggiare teppisti, non possiamo dargli il vantaggio di essere loro armati e noi no.
Cosa ti aspetti dal Governo?
Niente, anzi trovo scandaloso che nel governo vi siano rappresentanti politici che strizzano l'occhio ai centri sociali, ai devastatori, ai delinquenti. Io spero che cada al più presto
Non ti pare di esagerare?
Con questo governo non cambierà niente.
7.
4 febbraio 2007
La Repubblica
Il derby maledetto// “Non è morto per la bomba carta”.
Esclusivo: parla l'infermiere del San Raffaele
Rodolfo Gualcioni
In Italia, si sa, tutto quanto è spesso avvolto nel mistero. Passano gli anni e i misteri, gli intrighi rimangono, basti pensare a Ustica, Piazza Fontana, Bologna. Forse per questo l'Italia è il paese che vanta più complottisti al mondo: un corso di laurea in dietrologia avrebbe sicuramente un grande successo nel nostro paese. Riteniamo però di non dovere cadere in questa stucchevole moda, pur senza omettere lati oscuri che vengono a galla nella vicenda nota ormai come quella del “derby maledetto”. La morte di Peccarisi passerà agli annali e forse tra una settimana non ne parlerà più nessuno. E' evidente però, come scrivemmo nell'immediatezza dei fatti, che sulla sua morte si addensano nubi e misteri.
Innanzitutto le indagini.
E' decisamente strano che - come anticipato più volte da inquirenti e magistrati - con tante annunciate immagini a disposizione, non si sia ancora trovato il colpevole, o i colpevoli. Le retate, le perquisizioni, spesso compiute con eccessiva arbitrarietà dai carabinieri, hanno inoltre portato in carcere numerose persone. Strano che nessuno di questi abbia ancora collaborato. O sia stato “invitato” a farlo. Ma la stranezza principale riguarda ancora la causa della morte di Peccarisi, in attesa che l'autopsia, prevista per domani, faccia chiarezza. Stiamo scrivendo, direbbero gli esperti della scientifica o dei Ris, di ipotesi.
Allora proviamo a mettere in fila i pezzi, cercando di non tirare conclusioni affrettate: Peccarisi giunge al San Raffaele, viene trasportato tra vari reparti, poi è dichiarato morto. Il motivo: la bomba carta. Fine. O almeno sembrava. “Quale bomba carta, Peccarisi è morto per arresto respiratorio”. A parlare è O. F., l'infermiere che per primo raccolse il corpo di Peccarisi. Perché non ha parlato subito? Forse le indagini richiedono – specie in un caso come questo che ha destato indignazione e preoccupazione in tutto il Paese – qualche segreto e qualche piccola bugia a fin di bene?
Forse. Rimane il fatto che O. F. è certo che non sia stata la bomba carta a causare la morte di Peccarisi. L'ipotesi potrebbe essere quella di un corpo a corpo durante il quale il poliziotto avrebbe subito un colpo molto forte, mortale.
Si, perché Peccarisi, è bene cominciare a saperlo, è morto per spappolamento del fegato.
O.F ne è convinto: “Gli abbiamo aperto la divisa e ci siamo accorti che non aveva nessun segno sul petto, allora lo abbiamo portato in sala radiografie e poi in chirurgia, perché aveva una lesione interna enorme. Qualcosa gli aveva spappolato il fegato e poi c'era stato l'arresto respiratorio. Cosa ben difficile da ottenere con una bomba carta”.
O.F. è un infermiere scrupoloso. Il suo intento non è certo quello di dileggiare nessuno, nessun astio nei confronti delle forze dell'ordine, in famiglia c'è perfino un carabiniere, ci tiene a farlo sapere. Il suo intento è quello, semplicemente, di dire una verità, per altro per nulla scomoda. Cosa cambierebbe se si scoprisse che il povero Peccarisi è morto per una sprangata o un colpo di chissà quale oggetto sradicato in quella serata, anziché da una bomba carta? Niente. Rimarrebbe un morto, una serata da dimenticare, indagini e processi che si protrarranno per anni, nell'oblio generale.
L'ipotesi bomba carta per O.F. non ha alcun elemento di veridicità: “è morto per una emorragia epatica, insomma, per un colpo, e anche bello forte, sicuramente non un pugno... Poi magari è stata la bomba carta come dite voi, ma avrebbe dovuto avere anche qualche ustione sparsa sul corpo o sull'uniforme, invece io non mi ricordo nulla di particolare”.
Perché allora l'infermiere e il suo caporeparto hanno taciuto? Perché gli inquirenti hanno nascosto il fatto? Dalla caserma di via Moscova bocche cucite. Nei prossimi giorni, forse, la verità verrà finalmente a galla. Anche se siamo in Italia e le domande sono spesso sempre più numerose delle risposte.
******
Nonostante il tono basso della voce di Oscar il lettore mp3 aveva fatto il suo dovere. Devo ricordarmene la prossima volta che vado a fare una chiacchierata “in via confidenziale” in Questura, o con qualche giudice nella camera di consiglio. L'ultima volta è cambiato il vento a Palazzo di Giustizia e quasi mi arrestano per una cosa che avevo pubblicato per fare un favore al tribunale!
L'articolo mi pare buono: sufficiente a sollevare un po' di rumore, ma con dei margini per darmi di che lavorare nei prossimi giorni. Ragionando a mente fredda mentre tornavo verso casa dalla zona del centro, le parole di Oscar mi sono sembrate meno impressionanti di quanto avessi pensato in un primo tempo: semplicemente Peccarisi non è morto a causa di una bomba carta, ma per la colluttazione con qualcuno di questi criminali. Non cambia molto dalla versione attuale dei fatti, ma il fatto che il collega del vice questore abbia negato un qualsiasi contatto ravvicinato con i teppisti mi lascia un pò perplesso. Probabilmente l'autopsia spiegherà tutto, ma nel frattempo io posso fare un po' di indagini parallele, a cominciare dagli altri poliziotti e carabinieri presenti sul luogo.
L'articolo è uscito verso le sei sulla versione online del giornale e sicuramente me lo metteranno in pagina nell'edizione di domani. Sono soddisfatto e mi merito una cena premio. Vado al giapponese in via Monte Santo, così dopo riesco anche a fare un giro in qualche locale da quelle parti. Magari mi bevo anche qualcosa, che domani mi toccherà correre avanti e indietro tra la Questura e il Tribunale. Sempre se riesco ad ottenere quello che voglio.
Uscito di casa cammino con calma lungo la martesana, stupendomi di come Milano in alcuni suoi angoli sembri persa in un tempo dimenticato dagli stessi milanesi. Sorrido mentre attraverso il piccolo tunnel che sbuca sulla circonvallazione del 29-30 e avvisto l'entrata del ristorante. Non c'è neanche tanta gente, perfetto.
Mentre mi siedo al tavolo, decido di chiamare Oscar. Alla fine si merita un ringraziamento e vorrei tranquillizzarlo perché con il senno di poi la sua preoccupazione per le informazioni che mi ha dato, era decisamente esagerata. Mica stiamo parlando di un segreto di Stato!
Prendo il cellulare e faccio il numero. Tre squilli e poi Oscar alza il telefono:
Salve Oscar, sono Gualcioni.
Il suono del click della cornetta e del reiterato monocorde della linea telefonica spengono il mio buon umore. Non riesco a capire la reazione dell'infermiere. Forse non gli è piaciuta la mia citazione per iniziali della fonte nell'articolo, e in effetti è una reazione abbastanza tipica di chi non è abituato alle necessità del giornalismo. Farò un salto a casa sua più tardi. Meno male che oggi poi avevo raccolto informazioni a sufficienza sull'anonimo Oscar. Forse sta eccedendo con la paranoia e mi spiace lasciare in queste condizioni una persona che alla fine non ha fatto niente di male, se non pensare di custodire un segreto che non è poi granché.
Finisco di mangiare il mio sushi e la mia tempura con gran gusto. Mentre cammino verso la macchina ripasso la strada fino a via Rombon, dove abita l'infermiere, in uno di quei casermoni di fronte all'ex Mercato Comunale. Per arrivarci da via Melchiorre Gioia non ci vuole molto, una volta superato l'incubo di piazzale Loreto. Arrivo sotto il palazzone di mattoni rossi che si affaccia direttamente sullo stradone, solitario e povero come solo le periferie delle grandi città riescono a essere, il tipico luogo che potrebbe essere popolato solo di fantasmi e bagliori azzurri, di riflessi televisivi e tapparelle abbassate sulle ore di sonno di qualcuno che si alzerà alle sette del giorno dopo per andare a lavorare.
Cerco il cognome di Oscar scala per scala, fino ad arrivare alla D. Non devo neanche citofonare, dato che il portone della scala è aperta. Non voglio rischiare che si allarmi ulteriormente, quindi cerco pianerottolo per pianerottolo la porta dell'infermiere, sperando che non abiti al quattordicesimo.
Mentre percorro palmo a palmo il palazzo, sorrido di me stesso e della mia reazione totalmente irrazionale. Forse avrei dovuto fregarmene delle paranoie di Oscar e sarei dovuto andare a bermi una cosa, ma la verità è che anche i giornalisti hanno un cuore.
Fortunatamente devo fare solo sette piani a piedi prima di trovare il campanello con la targhetta che mi interessa. Suono. Sento dei passi trascinarsi fino alla porta. Da dietro lo strato blindato che separa l'interno della casa dal pianerottolo sento la voce dell'anonimo infermiere che mi apostrofa. Non è più bassa come oggi pomeriggio, perché Oscar grida:
- Se ne vada dottore. Mi sono già messo in un mare di guai... Lo sapevo che non dovevo parlare con nessuno... Mannaggia ammé... Guardi mi spiace aver messo giù il telefono, ma non voglio più parlarne. Se ne vada e basta, mi lasci in pace.
- Ma, Oscar... Non esageri... volevo proprio tranquillizzarla... Guardi che le sue informazioni sono state imp...
- Se ne vada!
Ammutolisco. Che cosa è successo a Oscar? Perché questa reazione? Che sia pazzo? Mi sono fidato di un pazzo per scrivere un articolo? E se quello che mi ha detto fossero tutte fandonie?
- Senta, non faccia così...
- Senta, io non ne so nulla. Non ne voglio più parlare dottore, è meglio così, mi creda. Adesso, per favore, se ne vada e mi lasci i pace. Sa come si dice, no? Tengo famiglia...
- Come vuole. Se cambia idea la mia mail ce l'ha.
Sento i passi di Oscar, l'infermiere anonimo, che si allontanano dalla porta tornando verso l'interno dell'appartamento.
Mentre scendo le scale la mia mente è molto meno serena di quando sono arrivato: che cosa vuol dire tengo famiglia? Perché questo cambiamento di umore?
Rimango per un attimo a guardare dal cortile le finestre al piano dell'infermiere, senza in realtà sapere se una è sua o di qualche suo vicino. Ne approfitto per pensare e per cercare di mettere a tacere la sensazione sgradevole che mi sta crescendo in fondo allo stomaco. E' come se qualcuno l'avesse spaventato, e il mio cervello si rifiuta di credere a questa ipotesi da complotto anni settanta, però la sua reazione non si spiega in molti altri modi. E se le cose che mi ha detto fossero più sensibili di quello che sembrano? Se il mio articolo desse più fastidio di quello che credo? Meno male che entro domani l'autopsia svelerà le cause della morte del vice questore aggiunto, che metteranno a tacere questa sensazione e forse tranquillizzeranno anche il povero Oscar... E in una certa misura anche me.
8.
4 febbraio
09:45
Si riparte
Dopo una sosta si annuncia la ripresa. Domenica prossima il campionato di serie A riparte. “E' ingiusto punire le società di calcio, quanto accaduto non c'entra con il calcio, si chiama in altro modo e necessita altri provvedimenti”. Lo ha detto Matarrese prima di entrare in Via Allegri per incontrare il commissario Figc, Pancalli. Al termine della riunione verrà dato l'annuncio circa la ripresa del campionato.
10:30
“Giusto così”. Parlano i presidenti di A e B
Ancora non è ufficiale, ma l'aria che si respira nei pressi della Federazione è quella di una ripartenza in tempi rapidi del calcio. “Il problema è politico, che la politica trovi una soluzione. Si parla di Asbo. Non so neanche cosa sono, ma se servono li facciano. Noi dobbiamo giocare, ci sono dei diritti televisivi di mezzo e gente che è pacifica e si vuole solo guardare la partita”. Così si è espresso Zamparini, presidente del Palermo, prima di entrare nella sede di via Allegri.
11:30
Amato: “Stiamo ragionando sugli Asbo”
Si va facendo più stringente e duro il pacchetto di decisioni in procinto di essere presentato domani dal Governo. Amato, anche su pressioni di Margherita e Di Pietro, nonché di tutta l'opposizione, ha fatto intendere che anziché leggi speciali generiche, si sta procedendo a italianizzare gli Asbo, sull'esempio dell'esperienza inglese. Sulla ripresa del campionato Amato fa intendere che il Governo potrebbe dare carta bianca. “Perché fermarsi? I problemi non sono dentro la stadio, sono fuori”.
12:30
Berlusconi: “Asbo all'italiana? Se sono come i Dico...”. “Gli ex terroristi non posso colpire i propri emuli”.
Berlusconi non si lascia sfuggire una battuta, l'unica sull'intera vicenda riguardante i fatti di Milano. “Amato ha parlato di Asbo all'italiana. Verrà fuori un patatrac come sui Dico. Una via di mezzo che scontenta tutti. Non si può governare con ultras che siedono sugli scranni parlamentari e negli uffici ministeriali. Come fa un ex terrorista a tarpare le ali ai suoi emuli?”. La nota rilasciata da Arcore, dove Berlusconi ha ricevuto i propri alleati di governo lascia intendere l'intenzione delle opposizioni. Alemanno, il più presente di An sulla vicenda, ribadisce la sua convinzione: “Asbo subito, denunce di privati cittadini, steward allo stadio. Tutta Italia vuole questo, tranne questo Governo”.
14:30
Di Pietro: “Da Berlusconi parole pericolose”
Di Pietro ha stigmatizzato le parole del capo dell'opposizione Silvio Berlusconi. “E' un atteggiamento pericoloso il suo. Il Governo non è molle, anzi. E' deciso alla linea dura”.
Poi fa un commento “da juventino”: “Avete visto che il problema del calcio non era Moggi?”.
16:30
Autopsia Peccarisi: verso l'ipotesi di un corpo a corpo fatale
L'autopsia confermerebbe le indiscrezioni pubblicate stamani da La Repubblica. La morte di Peccarisi potrebbe essere dovuta a uno scontro fatale tra il poliziotto e frange di facinorosi armati. Le cause della morte sarebbero da ricercare in una ferita subita, che avrebbe provocato lo spappolamento del fegato di Peccarisi.
18:01
Sabato e Domenica si gioca. In attesa che il Governo abiliti gli steward
Un documento di 12 pagine, in 12 punti quello sottoscritto da Lega Calcio e Federcalcio. Galliani, che ha guidato i presidenti di A e B a riguadagnare la possibilità di giocare fin dalla prossima domenica, illustra le richieste.
“Sono molto chiare e vanno dalla presenza degli steward nelle curve, alla militarizzazione della zona esterna degli stadi, agli ASBO, in modo che qualunque cittadino possa denunciare comportamenti violenti, alla pulizia del marcio che si annida in seno ai club e ai gruppi di ultras. Da parte nostra, con la parte sana del pubblico stringeremo un'alleanza. I nostri tifosi puliti diventeranno steward e assicureranno il posto a sedere e la buona visione del match.” Infine, nei 12 punti è presente anche la somma (non comunicata alla stampa) che le società devolveranno alla famiglia Peccarisi.
18:23
Agente vicino a Peccarisi “Sembrava un ring”.
“Ora ricordo, ci sono stati minuti in cui abbiamo avuto un confronto diretto con i teppisti. Avevano in mano di tutto, spranghe, manganelli, pezzi di lavandino presi dai bagni. E' stato terribile”. Si riprende e ricorda l'agente vicino a Peccarisi nei momenti che hanno provocato la sua morte. In un primo tempo l'agente aveva ritenuto causa della morte del collega una bomba carta lanciata contro la loro auto. Oggi invece fa sapere di ricordare un corpo a corpo: in quel frangente potrebbe essere stato inferto il colpo micidiale al povero Peccarisi
19:28
Prodi “Raccogliamo le istanze, sapremo essere all'altezza”
Romano Prodi appoggia la scelta dei club e si dice certo che domani il governo diramerà un pacchetto di leggi che sapranno andare incontro alle esigenze dei club “e dei buoni cittadini”, ha aggiunto Prodi. Un Presidente del Consiglio piuttosto nervoso non ha commentato nota rilasciata da Silvio Berlusconi, nel corso della mattinata.
21:19
Sinistra Radicale “Qui si rischia la crisi”. Cossiga a colloquio con Napolitano.
Parole forti da parti di esponenti della sinistra radicale: “Il pugno di ferro non serve e troviamo scandalosa la ripresa delle partite di calcio”. Nel frattempo Cossiga è giunto al Quirinale, invitato a cena dal presidente Napolitano. “Parleremo di calcio dei nostri tempi”, ha detto con ironia Cossiga.
23:57
Servizi Segreti: “Clima pesante”
Un rapporto dei Servizi Segreti mette in allarme la politica e le forze dell'ordine. Nelle frange politiche più estreme non si accetteranno le disposizioni del governo e pare pronta una sorta di “rivalsa”. Questa notte a Milano 280 uomini in più – tra Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza - pattuglieranno l'intera città.
9.
Gli uomini si dividono in due tipologie: quelli che comandano e quelli che ubbidiscono. Odoacre Laranella non ha dubbi, lui è uno di quelli che sa ubbidire.
Non solo per questa ragione è entrato nei carabinieri, anziché fare il malavitoso a Terlizzi. Da ragazzo gli sarebbe piaciuto concedersi i divertimenti classici della mala locale, belle donne, giochi proibiti, qualche sniffata e scommesse sul carro più bello della festa patronale. Suo nonno gli aveva insegnato tutti i segreti della cartapesta, dell'ingegneria che serviva per consentire alle immense maschere di fare movimenti che parevano impossibili, solo a pensarli. “Mooooò sembra di essere a Hollywood, altro che Terlizzi!”, gli aveva detto un giorno Mino La Fioccina, così chiamato per la sua abilità a pescare sott'acqua. Erano intenti a guardare la sfilata dei carri, dal terrazzino di Mino. La visuale era ottima perché la casa di mino si affacciava sulla grande via che portava alla piazza del paese. Les Champs Elysee di Terlizzi. Madonne, Cristi, preghiere e tanta bella figa. Locale e non, perché la festa patronale è sempre stata una forte attrattiva turistica per Terlizzi. Vennero anche Pippo Baudo e Nada un giorno, fecero un collegamento sulla Rai. Mino mandava la moglie a fare il caffè e al giovane Odoacre spiegava nei minimi particolari cosa avrebbe voluto fare ora a quella, ora all'altra ragazzina mascherata. E alla presentatrice della Rai.
Nelle occasioni in cui aveva assistito alla sfilata con suo nonno, invece, il tenore dei discorsi e degli apprezzamenti era decisamente diverso. Suo nonno era una sorta di poeta della sua anima e a lui, solo a lui, pensa di dovere la motivazione della sua scelta, diventare carabiniere. “La mia preferita è la Madonna Nera, guardala come si muove soave, la Madonna, Maria, nera, come la paura, come i polpi marci, come le cozze che non si aprono”.
“Una volta, aveva continuato, la Madonna Nera cadde, proprio nel mezzo della via, tra gli alberi, tra la gente assiepata, mooooò una tragedia!”. Assiepata era un termine desueto, gli aveva detto suo nonno, ma lui aveva letto molti libri. “Io ero con una ragazza, guardavamo la sfilata, mi ricordo che eravamo un po' bronci, avevamo litigato, forse lei voleva andare a fare all'amore in spiaggia, ma io ero un ragazzo per bene, quelle cose si fanno in casa, a luce spenta. Mia madre diceva che era una troia, Maria, guarda il caso, si chiamava. Ti sto parlando di molti anni fa!”.
Odoacre Laranella pensa a suo nonno e a quella storia, proprio poco prima di entrare nel bar affianco alla libreria dal nome che è tutto un programma. Utopia. Lui non ci aveva mai creduto. Come fai, pensa, a essere utopico, quando nasci, vivi e ti ammazzano il nonno a Terlizzi. E' il primo a entrare, si guarda intorno. L'uomo dietro al bancone ha il volto che sembra sfondato, come se avesse una ciste in faccia. Invece sembra il naso. Ha gli occhi blu scuro, sembra il colore che meglio si abbina alle deboli striature che dal naso raggiungono le guance e i lati della bocca. Puzza di vino anche a un metro di distanza. Un caffè, dice Odoacre Laranella. Lui annuisce, si gira e si mette alla macchina del caffè. Il bar puzza. In fondo allo stretto corridoio c'è una televisione, piccola. Parlano di calcio, anzi, di teppisti.
“Andai ad aiutare quei cristi a tirare su la Madonna Nera: una caduta! Che disgrazia Odoacre! Quando cade la Madonna Nera la sciagura è in agguato. Allora capisci bene, che io volevo andare a tirarla su. Andai, mi tirai su le maniche, osservai la ragazza che mi faceva segno di andare: tutti sapevano che andava tirata su, prima possibile. Io mi mossi rapido e insieme ad altri uomini iniziai a urlare, Oh issa, come i marinai. Fu un colpo decisivo che la rimise di sbieco, quasi in piedi, ma non ancora. Sembrava urlare quella povera madonna, sembrava dire a noi uomini: non avete la forza di tirarmi su, come potrete pretendere di pescare o raccogliere i frutti nei vostri orti? E mentre la Madonna Nera si tirava su, la mia bella se ne andava. Aveva ragione mia madre, era una zoccola e comunque non la vidi più. La Madonna prosperava, il mio amore svaniva. Sono un poeta eh Odoacre?”.
Odoacre sorrise, ma qualcosa di quella storia sembrava pettinare i suoi pensieri. Lui ubbidisce, lui esegue, lui non vuole sapere cosa succederà dopo. Lui ha bisogno di trovarsi spazio, tra il mondo e le sue pieghe incalcolabili, per pensare. Suo padre e sua madre erano morti quando aveva dieci anni, suo nonno era stato il suo insegnate di vita.
“La vita è troppo complessa per capirla: fai il tuo, del resto non potrai sapere”. E' un carabiniere perfetto Odoacre. Caserma, dove sbriga i compiti al meglio. Poi si rintana nella sua stanza a pensare. Pensa e basta. Non scrive, non legge. Pensa.
“Un carabiniere, forse suo nonno gli avrebbe potuto dire così, è meglio che un burattinaio, mò vai al Nord e goditi la divisa”. Una benedizione interpretata e sognata. Lui lo ha fatto e ora si trova nel bar. Sorseggia il caffè. Lo guarda dentro. Non ha metafore che vengano fuori in automatico, a guardare il nero del caffè. Il barista rimane lì.
Lo pago tra un pò, gli dice Odoacre. E' un ordine da sbirro, pensa. L'uomo deforme non sembra particolarmente turbato dai suoi modi. Dev'essere uno che bazzica i malavitosi, non si sorprende del suo tono perentorio. L'uomo deforme si muove alla sinistra del bancone e va a sedersi sulla sedia vuota, di fronte alla televisione. E il carabiniere Odoacre, in uno dei momenti magonici che colpiscono chiunque, anche chi la divisa l'ha tatuata sulla pelle, pensa che ha un tarlo, una sorta di presentimento. Pensa alla morte di suo nonno. Pensa alle pistole il cui scintillio si intravedeva a decine di metri di distanza. Nelle giornate di sole, sulla passeggiata di Terlizzi, gli uomini seduti sulle sedie, appena fuori l'uscio di casa, luccicavano. Ognuno aveva la sua luce, il suo calibro, la sua certezza. Uno di loro uccise suo nonno. Laranella Odoacre, capitano dei carabinieri, per un attimo, ma solo per un attimo, ha la sensazione di essersi messo dalla parte sbagliata.
Il caramba è già arrivato. Luigi LaRocca lo guarda. E' giovane, sti cazzi, quanto è giovane, quasi più giovane di lui. Pensava che si sarebbe trovato di fronte un vecchio rincoglionito ancora lì a menarla con i comunisti e il culo che gli dovevamo fare. Invece questo canazzo è giovane. Strano. Lo guarda da fuori, strano perfino che sia arrivato prima di lui. Di solito ai militari piace arrivare dopo, quando il terreno di battaglia è ampiamente conosciuto. Sente vibrare il cellulare e per un attimo si caga addosso. Cazzo che tensioni in sti giorni, pensa.
Il cellulare è una valida scusa per allontanarsi appena dall'entrata del bar, mettersi a camminare avanti e indietro e rispondere al coglionazzo che lo chiama un minuto prima che lui spenga il cellulare.
Eh, allora, si, ora, tra un pò, se mi fai andare, non dire ste cose al telefono, al solito posto, si lo so che hai la scheda lituana, ma hai visto mai che ci fanno il culo, chi, si, un prete, ah non lo sapevo, mica è un prete, eh certo, si facciamo la comunione, troppo giovane non mi convince, non sono paranoico, si si, mi ricorderò tutto, ciao. Cazzo. Lui ubbidisce, ma il suo capo è un gran rompicoglioni. Lui ubbidisce ma a sto giro la roba è grossa, ognuno vuole ritagliarsi un pezzo di gloria. Luigi LaRocca non è esente da questo sentimento. Ora facciamo casino, i nostri amici sistemano le cose, poi voglio massima libertà. Sta già pensando al peso da mettere sulla bilancia di quei fatti. Tutto deve filare liscio, si è anche vestito bene.
In metropolitana quello sciagurato gli fissa la cravatta. Che lo abbia riconosciuto? Forse anche io, pensa, potevo evitare di mettermi proprio “questa” cravatta. Come può però, pensa, un caruso qualunque riconoscere la simbologia così misteriosa della sua Compagnia. Ditta, chiamala come la Cia, gli aveva detto il suo responsabile di area. E' stanco Marco De Cillis, è stanco morto, giorni difficili, giorni duri. Proprio quando sarebbe voluto andare in vacanza ha dovuto stringere i denti. Non se lo aspettava lui, torinese di Campobello di Licata. Cosa ha da guardare questo qui, mi fissa la cravatta. Forse devo stare più calmo: è la prima volta che sono così invischiato in un'azione operativa. Un carabiniere e un mezzo nazista, gli aveva detto il suo responsabile. Devi incontrarli, digli che il posto è ok, devi dargli il biglietto da visita del tipo che ha i furgoni e, senza mai dire “armi”, fargli capire che è tutto a posto. Devi essere calmo, rilassato, tranquillo, che il manico lo abbiamo noi. Questo devi farglielo capire. Trenta e ddu vintottu, Unna va l'acqua va lu risu, e soprattutto Viddanu latru, masciu farfanti e parrinu senza carità chista è la santa virità.
Saranno studiati questi due personaggi che deve incontrare? Faranno problemi? Il suo responsabile è stato chiaro, come la pubblicità: no problem. Moscova. Deve scendere, l'idiota che gli fissava la cravatta è sceso prima, meno male, un attimo fa ero agitato, pensa, e non mi sono neanche accorto che è caduto. Devo concentrarmi, pensa. Da che parte deve uscire? Di Milano odia le uscite della metropolitana, sbaglia sempre, le sbaglia ogni volta. Inforca gli occhiali e tenta di muoversi tra la fretta della gente. Finalmente. Esce, un pallido sole è solo il ricordo di una strana giornata di luce colorata, rotonda. A Milano di solito la luce è verticale, è triangolare. Gli piace dare un forma al clima e un colore ai profumi. Si immagina che il carabiniere possa avere un profumo grigio, un po' rettangolare, meccanico. Il fascista se lo immagina con una squallida aria da dopobarba di supermarket. Si guarda velocemente la cravatta gialla con le due grossi chiavi azzurre, il cui incrocio è appena accennato. Le ha trovate in via Montenapoleone, quasi non ci credeva. Ne ha prese tre, una la regalerà al suo responsabile quando tornerà a Roma. L'altra è il suo back up. Suo figlio gli aveva spiegato cos'era un back up. Gli piace quella parola, gli piace l'inglese, gli piace. E quando si avvicina l'appuntamento gli piace, inesorabile, il potere. Sfugge la paura, l'agitazione. Ha tutto dalla sua. Il suo responsabile, il papa, i vescovi, i fascisti e Dio, nella sua grandezza, il suo unico e grande manico: Dio.
L'uomo deforme guarda quella strana comitiva. Sono appena fuori, saranno a un metro dall'insegna del suo bar e dal piccolo box che raccoglie la free press milanese. Un tempo erano i giornali degli affitti, pensa. Li osserva, toccandosi la guancia, ricolma sotto il peso della sua malformazione. Quello che ha bevuto il caffè gli sembra uno in stile servizi segreti. Insieme a lui ci sono due tipi: uno con una cravatta orrenda che sembra un prete. Il terzo è il più giovane, basette lunghe, stempiato. Quello ha la faccia da fascista. Non collega le tre facce ai casini di San Siro. Lui vive nel mondo reale e già sogna l'esordio di Ronaldo. Gli piacciono i giocatori che fanno i giochini con i piedi, gli piace la velocità, gli piace il calcio funambolico. E' che ha sempre la testa nelle nuvole.
Uè, pelabròcch. Sua moglie, dal retro, lo distoglie dai suoi pensieri. I suoi occhi si muovono lenti, si sente la faccia scivolare dal suo luogo naturale mentre si gira e le urla, uè pirlett va a scuà 'l mar. Lui è uno di quelli che dopo trent'anni di bar, la gente la conosce. Ganassa, ligere, compagni, camerati, li conosce a uno a uno. Sente gli odori. I compagni sanno sempre di polvere, i camerati, e quello lo è, sanno di brillantina, da barba di prima mattina. I poliziotti e i carabinieri, non c'è neanche da starci a pensare. Puzzano e basta. Ma lui è deferente, ha imparato a farsi i gran cazzi suoi. Quando quello elegante è uscito gli altri due hanno fatto cenni di intesa, si sono passati alcuni biglietti. Il camerata, ne è certo che è un camerata, poi lo butta via, proprio lì, nel cestino di fronte al bar. Gli viene l'irrefrenabile voglia di andarlo a prendere quel bigliettino, poi sua moglie arriva, lo prende per una manica della sua camicia sporca e lo porta nel retro. Deve fare l'aerosol che ha una tosse della madonna. Prima si scola due bianchini e canta di una tipa in via canonica. Lui li conosce tutti, lui ne sente l'odore. In pè, fa a sua moglie. Ma lei da troppo tempo ha perso la verve, giusto il tempo di portare suo marito nel retro, vedere i tre che si allontanano e uno di loro, un secondo prima di andarsene che si guarda la cravatta. Quello sembra un prete, pensa la donna.
10.
- Ciao Clevio.
- Ciao Gianni. Come va?
- Bene. Senti volevo chiederti se potevamo vederci oggi a pranzo.
- Scegli dei giorni ben complicati per vederci, Gianni. Non puoi un altro giorno? Qui è tutto un viavai di giornalisti.
- Appunto. Dai, facciamo intorno all'una, vengo io dalle tue parti, hai presente il bar all'angolo con via Pianell?
- Si, postaccio, però almeno non ci disturba nessuno. Va bene. Ora devo andare.
Quando metto giù il telefono sorrido. Clevio Mondalli lo conosco dai tempi delle superiori. Con un cognome così ero sicuro che avrebbe fatto il carabiniere, e invece dopo averlo perso di vista qualche anno, me lo sono ritrovato Primo Dirigente della questura di via Cagni. Speriamo decida di ricordarsi di tutto quello che abbiamo combinato insieme, perché i favori che ho da chiedergli non sono pochi.
Le indagini sul caso Peccarisi vanno avanti, il mio articolo sta muovendo un po' le acque, ma la scenata di ieri con Oscar mi ha lasciato un po' di dubbi. Se voglio che i miei pezzi siano un passo avanti agli altri devo muovermi come si muove la giudiziaria, con una specie di indagine parallela. Oggi pomeriggio usciranno i risultati dell'autopsia, che di sicuro confermeranno le parole di Oscar, ma non spiegheranno tutto. Il pm a cui è capitato il caso starà requisendo ore di video da tutte le parti e documenti ufficiali a destra a manca: in questo momento me lo figuro dietro il suo tavolo di lavoro con il preciso intento di arrestare più gente possibile. Si vedrà poi se effettivamente era presente o meno sulla scena dell'omicidio del povero poliziotto. In questo momento politici, giornalisti e anche una buona parte del pubblico forcaiolo italiano gli sta chiedendo i “colpevoli”.
Io invece voglio sapere che cosa è successo, voglio scavare in questo ennesimo nugolo di mezze verità. Ah, l'Italia, che paese magnifico per fare il giornalista, ogni fatto, mille complotti...
Stamattina mi sono svegliato tardi con ancora la sensazione sgradevole dell'incontro con Oscar che mi tormentava nel dormiveglia. Dopo colazione ho letto tutti i giornali: il mio articolo non l'ha centrato nessuno, scoop. Piccolo scoop, ma scoop. E oggi mi tocca inventarmi dove recuperare altre informazioni. Peccarisi era del Reparto Mobile, della celere. Clevio era il suo dirigente. Mi pare un ottimo punto da cui partire a fare domande. Sempre che Clevio mi possa dire qualcosa.
*******
Venti minuti prima dell'una prendo la macchina e risalgo rapidamente via Sarca, uno dei numerosi raggi che dalle circonvallazioni della città portano verso la periferia, case sempre più alte, balconi sempre più affollati di cianfrussaglie, pareti sempre più scrostate. Quando arrivo all'altezza di via Pianell, il problema del parcheggio non esiste, dato che fortunatamente ancora non ci sono né strisce gialle, né strisce blu.
Il bar all'angolo di via Pianell non sapevo neanche come fosse fatto quando ho dato appuntamento a Clevio, ma ero certo che ce ne fosse uno. Certo speravo in qualcosa di meglio: i panini nellavetrinetta sembrano essere esposti lì più o meno dal Neozoico. In effetti poteva andarmi peggio, potevano essere coevi dell'arca di Noè. L'unica cosa positiva è che nessuno dei colleghi di Clevio si sognerà mai di venire a mangiare in questa bettola, e che quindi potremo parlare liberamente. Mi siedo al tavolo e ordino una coca cola, sperando che il dirigente della polizia ed mio ex compagno di scuola non faccia tardi, trattenuto da qualche mio collega troppo pressante.
In effetti dopo cinque minuti sulla porta del Bar Pianell si affaccia una figura in giacca e cravatta, le spalle strette sulle spalle larghe, il fisico appesantito dagli anni ma ancora molto imponente. Clevio ha i capelli leggermente brizzolati sui lati della testa, il viso largo e quadrato, nel quale spiccano due occhi piccoli e attenti, segnati ormai da parecchie rughe di espressione. Anche la fronte e il collo sono pieni di segni: fare il dirigente della celere a Milano non deve essere facile.
- Ciao Clevio
- Ciao, giornalista. Hai già ordinato?
- Ma va'! Aspettavo te, bevendomi una coca.
- Dai ordiniamo, che devo tornare in caserma in fretta.
- Ok
Il barista ci guarda da dietro il bancone aspettando di capire che cosa vogliamo mangiare. Ordiniamo due panini con cotoletta, rucola, pomodoro, anche se quasi certamente nessuno di questi ingredienti è veramente presente nella cosa che ci portano al tavolo. Ma il cibo è l'ultimo dei miei problemi adesso. Il mio problema è: come gli pongo la questione?
- Beh, veniamo al dunque.
- Si tratta di Peccarisi, Clevio
Mi gioco il fattore “faccia di bronzo”. Al mio ex compagno di scuola quasi va di traverso il boccone.
- Urgh.. dovevo immaginarlo. Terreno minato, Gianni. La PG ci sta addosso come una muta da sub
- Immaginavo. Ma a me serve solo sapere chi era in auto con Peccarisi e dove abitano: vado lì gli faccio due domande, e se mi chiedono chi mi ha dato il loro indirizzo, gli dico che se li sono cantati i vigili del Tribunale.
- Gianni, ma che dici, questi qui staranno qui in caserma da noi, no? E' un casino. Anzi, uno lo sai dov'è, avrai letto i giornali, no? Sta in ospedale.
- Clevio, dai, sto facendo un buon lavoro, poterli intervistare prima che il pm ci passi i suoi interrogatori mi fa fare uno scoop.
- Ma che scoop e scoop! Tu ti stai infilando in una cosa troppo delicata, Gianni... Guarda che ho letto il tuo articolo... Ci metti troppi dubbi... Io ti conosco e so che non vuoi insinuare niente contro di noi, ma altri non lo so....
- Ma che dici... Semplicemente secondo me qualcuno all'ospedale ha sbagliato e adesso stanno cercando di insabbiare tutto... Ma tu lo conoscevi?
- Un piccolo diversivo emotivo... Magari lo convinco... Dall'espressione della sua faccia mi pento del mio cinismo e quasi vorrei chiedergli scusa...
- Si. Era un bravo poliziotto. Eravamo stati insieme anche a Genova. Impeccabile. Se non fosse stato per gente come lui non saremmo tornati tutti a casa.
- Immagino... Scusa, non sapevo... Avrei dovuto immaginarlo...
- Senti, lasciamo perdere. Ti faccio sto favore, ma se scrivi stupidaggini su Antonio o sulla Polizia, non ti dar sentire mai più. Patti chiari amicizia lunga.
- Non ti preoccupare. Va bene che sono di sinistra, ma non sono mica un no-global!
- Chiamami tra un paio d'ore che ti do un paio di nomi e un paio di numeri di telefono, però li devo avvisare prima di darti il loro numero
- Certamente, tanto mica si devono inventare nulla. Io voglio solo sapere cosa ricordano di quella notte... Mi rendo conto che sarà terribile, ma la verità non può mica attendere...
Alle volte, quando dico queste frasi fatte, non mi riesco a perdonare. Ma ognuno fa il suo mestiere, e il mio è quello di trovare notizie e di renderle pubbliche. Sono contento che Clevio abbia capito e che abbia accettato un compromesso. D'altronde, vorrà anche lui sapere come è morto il Vice Questore Aggiunto Peccarisi, non si accontenterà certo delle frasi fatte del Viminale.
Terminiamo di mangiare parlando del più e del meno, poi il mio ex compagno di scuola si alza ed esce dirigendosi a piedi verso la periferia, verso le caserme del reparto celere, mentre io dopo aver pagato il pranzo a entrambi riprendo la macchina per tornare verso il centro. Destini diversi.
*****
Verso le tre e mezza chiamo di nuovo Clevio, che mi lascia due cognomi e due numeri di telefono sottovoce, come se sperasse che i telefoni della Questura non siano ascoltati da nessuno a parte persone che rispettano il suo grado. Io lo ringrazio molto, lui mi saluta senza chiamarmi per nome: cauto Clevio.
Nel frattempo dal giornale mi sono portato in tribunale, per vedere se girava qualche notizia e per tenere d'occhio un pochettino i colleghi del corsera e delle agenzie, che sono sempre alla fine la concorrenza più temibile per quanto riguarda le notizie che hanno a che fare con i palazzi e con buoni ganci.
Le notizie che raccatto le conosco già: chi è il pm dell'indagine, quale team di carabinieri è stato messo a svolgere le funzioni di polizia giudiziaria, gli arresti, le perquisizioni, la speranza per il nuovo decreto che si subodora nell'aria. Nulla di trascendentale.
Se non che mentre sono al telefono sono tutti in attesa dei risultati dell'autopsia. La notizia si attende proprio mentre sono al telefono con Clevio, e decido di aspettare a chiamare i due colleghi di Peccarisi. Il collega dell'ANSA riceve la chiamata da una ragazza in stage che è stata distaccata all'obitorio verso le quattro. Quando le agenzie battono il risultato dell'autopsia io sono già al telefono con uno dei due agenti.
16:30
Autopsia Peccarisi: verso l'ipotesi di un corpo a corpo fatale
L'autopsia confermerebbe le indiscrezioni pubblicate stamani da La Repubblica. La morte di Peccarisi potrebbe essere dovuta a uno scontro fatale tra il poliziotto e frange di facinorosi armati. Le cause della morte sarebbero da ricercare in una ferita subita, che avrebbe provocato lo spappolamento del fegato di Peccarisi.
Esco di corsa dal Tribunale e mi infilo in uno dei venti bar che si trovano a meno di 50 metri dall'ingresso su corso di porta vittoria. Mi siedo nella saletta interna che alle quattro è quasi vuota e sul cellulare compongo il numero del primo agente, piazzandomi il notes proprio sotto il polso destro per non perdere neanche una parola. Mi piacerebbe essere in caserma con il mio aggeggio mp3, ma mi pare che più di quello che sto già riuscendo a fare sia difficile.
- Pronto chi è?
- Buongiorno agente Cinera, sono Rodolfo Gualcioni de La Repubblica, volevo chiederle se potevo intervistarla brevemente....
- Ah, il comandante mi aveva avvisato che avrebbe chiamato... Però facciamo in fretta che ricordare quella notte è ancora un po' difficile per me...
- La capisco.
Le prime domande sono i soliti convenevoli, nome, cognome, da dove viene, come mai si e' ritrovato in polizia... Insomma le solite domande per mettere a suo agio la persona che hai all'altro capo del telefono. Poi mi tocca affondare... Spero nell'interecessione di Clevio.
- Cosa ricorda di quella notte?
- Guardi... Una gran confusione... Noi eravamo li' per monitorare i tifosi per una partita di calcio e ci siamo ritrovati in mezzo all'inferno. Ci e' piovuto addosso di tutto... Sembrava di stare in guerra... Poi quella maledetta corsa in macchina con il Vice Questore Aggiunto Peccarisi... Non so perche' ma ci hanno chiamato dal lato nord di San Siro. Siamo corsi di li' e mentre arrivavamo dallo stadio ci tiravano di tutto... Poi ci hanno tirato sta bomba carta che è arrivata proprio sul finestrino del dirigente... Abbiamo sbandato... ma siamo riusciti ad arrivare nel piazzale... Poi siamo scesi ed era peggio che dall'altra parte... Una specie di tutti contro tutti...
- Guardi io ho appena letto i risultati dell'autopsia e parlano di un colpo ravvicinato come causa della morte di Peccarisi... un colpo con qualcosa... Lei non ricorda nulla? So che il pm poi le chiedera' la stessa cosa...
- Un colpo?
Qualche istanti di silenzio...
- Si, un colpo.
- Ah si... Guardi sono stati momenti terribili, e' difficile ricordarsi tutto... Se penso che al posto del dirigente potevo esserci io... Sono ancora un po' scosso... Lei capisce...
- Certo, certo.
- Quando siamo arrivati nel piazzale nord, dopo la bomba carta, siamo scesi per andare dai colleghi... e intorno c'era il finimondo! Come le dicevo, tutti contro tutti. Siamo stati assaliti da alcuni teppisti con spranghe, sassi, pugni calci... Abbiamo visto in lontananza il reparto schierato che ha iniziato a lanciare lacrimogeni... Allora i teppisti si sono allontanati un po' e siamo risaliti in macchina di corsa dirigendoci verso il reparto... Poi in macchina il dirigente si è sentito male e abbiamo deciso di andare al pronto soccorso. Purtroppo il resto lo sa già...
- Quindi lei mi conferma che c'è stato un corpo a corpo?
- Si si... breve ma violentissimo.
- E perché fino ad oggi non ne ha parlato nessuno di voi e si parlava solo della bomba carta.
- Guardi che la bomba carta c'è stata, mica me la invento... Ce ne tirano addosso tutte le domeniche... In quel marasma, ho dato più peso all'esplosione che a quell'accenno di attacco da parte di un gruppetto di teppisti... Se pensa che sia facile perché non ci va lei allo stadio tutte le domeniche per dieci euro all'ora!
- Non si arrabbi, che la capisco benissimo. Era solo un po' strano, ma la sua spiegazione è più che chiara...
- Ora devo andare. Mi scusi, ma il nostro lavoro non ha un orario in cui stacchiamo e timbriamo il cartellino...
- Certo. La ringrazio molto.
********
La seconda telefonata con l'agente scelto Pioli, sembra la fotocopia di questa. Ovviamente i due poliziotti della celere non usano le stesse parole, ma il succo rimane il medesimo: lo scontro corpo a corpo c'è stato, e probabilmente il colpo fatale per Peccarisi è arrivato proprio in quel momento.Anche l'altro poliziotto ancora in ospedale ha confermato la versione che io ho sentito in viva voce. Domani la notizia farà il giro di tutti i quotidiani, e la procura comincerà a spulciarsi tutti i filmati per identificare i partecipanti a quel momento di rissa per arrestarli. Forse tutto si concluderà più in fretta di quello che credevo, ma la notizia sarà calda almeno per un'altra settimana o due, per cui inizio a organizzarmi l'agenda telefonica per i favori che dovrò chiedere domani in tribunale. Dura la vita del cronista.
11.
4 febbraio 2007
23:57
Servizi Segreti: “Clima pesante”
Un rapporto dei Servizi Segreti mette in allarme la politica e le forze dell'ordine. Nelle frange politiche più estreme non si accetteranno le disposizioni del governo e pare pronta una sorta di “rivalsa”. Questa notte a Milano 280 uomini in più – tra Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza - pattuglieranno l'intera città.
23.59
Prodi: “Tra due giorni al Senato, sulla politica estera, imprimeremo una svolta”
Bufera sul Governo per quanto riguarda il calcio e Prodi cerca di tranquillizzare il team governativo. Non risentiremo delle polemiche sul decreto calcio, fa sapere Prodi, ma sapremo andare avanti. Poco prima della sua battuta, rilasciata ai cronisti che lo attendevano all'uscita di Palazzo Chigi, voci incontrollate annunciavano una dura battaglia al Senato. I senatori a vita sarebbero infatti orientati a fare cadere il Governo.
5 febbraio 2007
02:30
Dagospia.it
//Ed eccoci qui, scoooooop! Lo sapete che abbiamo agli agganci, si firma Gola Prodonda, non è un refuso..., e domani può essere che i giornali ancora non ne scrivano. Dopo domani, sicuramente si!
--
E adesso la crisi striscia finalmente tra i culi cafonal dei sinistri padroni. Sul calcio, roba da ridere, cosa da far piangere le scimmiette che circondano l'infausto circo dell'Unione. Sul calcio cadrà un governo e non mi si dica che non si sia detto: un governo val bene un fascista! Cosa ci voleva, dico io. A candidare sindaco Ferrante, a fare ministro Di Pietro, sono capaci tutti. Quando il poliziotto serve a qualcosa. Quando non serve, via, come un reietto. Ed eccoci qua: tra due giorni il Governo. Nessuno, pochi credo, avranno volto la propria attenzione verso i messaggi che da giorni giungono. Che qui si fa l'Italia o si muore. Che qui è necessario cambiare. Sul calcio la sinistra ha fatto come lo struzzo. Ha fatto finta di non sapere, minacciando manovre dure, ma attenendosi ai dettami dei propri capipopolo. E' una squadretta di ballerine da fila, da seconde linee. Farina di che sacco? Fatto sta...Grossolani di nome, fini di fama...bravi! Che cada il Governo e tutti i filistei. Buon divertimento.
5 febbraio 2007
11:30
+++Decreto: grana per la maggioranza+++
flash nrmrppsjk
11.45
+++Governo a rischio+++
Si annuncia tempesta sul decreto contro la violenza negli stadi. Voci dal Parlamento annunciano una clamorosa crisi di governo.
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5 febbraio 2007
15.55
+++Grossolani: Cada questo governo+++
flash nrmrppsjk
15.56
### Grossolani: Pronti a governare ###
flash BRVDGFH
16:00
Massimo Grossolani: se cade il Governo, siamo pronti
E' un vero e proprio annuncio quello del leader dell'opposizione Massimo Grossolani: il Governo deve cadere, non ci sono più i presupposti. Noi sapremo ridarli, speriamo che Napolitano sappia capire la situazione.
Il decreto calcio rischia di fare cadere il Governo. Prodi non parla, parla per lui D'Alema: non scherziamo
18.23
Margherita: non cadremo, ma proposte opposizione sensate
I politici della Margherita si dicono fiduciosi sul destino del Governo, ma avvisano: Abbiamo avuto colloqui con Grossolani e i suoi. Le loro proposte sono sensate. Siamo tutti d'accordo sulla necessità del pugno d'oro.
18.56
«Il decreto del governo contro la violenza negli stadi deve essere profondamente rivisto. Contiene 'anomaliè che possono spiegarsi solamente nel clima di profondo
turbamento seguito ai tragici fatti di Milano». Lo dichiara il vicepresidente della commissione Difesa alla Camera, Daniele Farina.
19.21
Il partito degli ultrà non passerà.
Sono dure le parole dei centristi della Margherita e dei Ds circa le proposte di Rifondazione. «Se siamo a questi punti, uno scricchiolicchio è meglio si trasformi in una voragine», ha detto Di Pietro che ha espresso soddisfazione per la maturità dimostrata dall'opposizione.
22.24
D'Alema: gli “scricchiolicchi” di Di Pietro sono le remore degli ingrati
Ironizza, ma neanche troppo il ministro degli Esteri D'Alema, riguardo alle voci che chiedono la caduta del Governo, interne anche all'attuale maggioranza.
«Mi sa di resa dei conti, dice D'Alema, domani sarà una giornata lunga. Come disse Borrelli, resistere, resistere, resistere».
12.
Sono passati quattro giorni dai fatti del derby di Milano e dalla morte del Vice Questore Aggiunto Antonio Peccarisi quando mi sveglio nel mio letto un po' sudato. Non ho dormito bene. La tensione è tangibile nell'aria e nelle chiacchiere che si fanno in ogni bar, su ogni tram, in ogni parchetto mentre si portano i propri cani a fare i bisogni: il Governo prepara un decreto durissimo che tarda a uscire, ogni politico fa dichiarazioni roboanti, il Corriere semina zizzania tra la maggioranza, e la destra cavalca l'ondata emotiva. E come se non bastasse mi sono infilato in una pseudo-investigazione parallela sul caso che non mi sta tranquillizzando per niente. Ogni volta che mi aspetto di trovare qualche certezza ci sono particolari che mi insinuano qualche dubbio.
Come se lo avessi saputo che sarebbe successo anche oggi, ho dormito malissimo. Alle nove, quando sono sceso per fare la mia solita colazione al bar, prima di andare in redazione a vedere se ci sono novità, ho guardato nella casella della posta, convinto di trovarci solo pubblicità. Invece intravedo, sotto le reclame patinate e coloratissime, una busta bianca.
Apro la casella: la busta è una normalissima busta, destinata a me con il mio soprannome “Gianni Gualcioni”. Ha talmente tanti francobolli che sembra essere passata per ottanta uffici postali, mentre in Italia il numero di francobolli è proporzionale alla velocità con la quale vuoi che una lettera sia consegnata. Non c'è mittente e per un attimo sento una paura irrazionale contrarre i muscoli involontari del corpo. Poi penso che sto lavorando troppo di immaginazione e che nessuno ha ancora dei motivi validi per farmi un attentato all'antrace.
Prendo la lettera e vado al bar. Mi siedo al tavolo di legno scuro, liscio e ben ricoperto di cera per evitare che si impregni degli sbrodolamenti delle decine di persone che transitano nel locale tutti i giorni. Ordino un cappuccio e una brioche, e apro la lettera usando la chiave della casella di posta come tagliacarte.
Quando tiro fuori il foglio dalla busta quasi spargo il cappuccio in metà del locale: ordini di servizio. Ordini di servizio della Polizia di Stato. E meno male che Clevio non voleva aiutarmi!
Passo al setaccio l'ordine di servizio... Nomi su nomi di dirigenti collegati a plotoni, e dietro l'elenco dei partecipanti ai plotoni, gli equipaggi. Sono quasi certo che questo è lo stesso materiale che il Reparto ha inviato alla magistratura per le indagini. Rileggo con più attenzione, cercando i nomi degli agenti Pioli e Cinera: li trovo di fianco alla sezione dedicata all'equipaggio della jeep di Peccarisi. Però sono scritti a penna, sopra altri nomi cancellati con un pennarello nero. Questo è il particolare che mi fa andare di traverso la colazione. Clevio mi ha aiutato, certo, ma non a stare più tranquillo. Qualcosa si muove, ed evidentemente il fatto che gli unici nomi cancellati e corretti sull'ordine di servizio siano proprio quelli di Pioli e Cinera non può essere casuale. Ovviamente i dirigenti del Reparto avranno una spiegazione razionale, una decisione all'ultimo momento, ma a questo punto sento formarsi intorno alla zona occipitale del mio cervello un pensiero terribile. Sarà una giornata infernale, alla ricerca di un modo per scacciare questo pensiero o di prove per confermarlo. Uno spettro si aggira per Milano, penso, sentendomi un po' idiota.
In ogni caso dalla Polizia di Stato non otterrò aiuti maggiori di quelli che ho già in mano. Mi tocca provare con i Carabinieri. Tra il bar e la caserma di via Moscova ci saranno sì e no cinquecento metri, quindi mi alzo, pago e mi fiondo fuori. Sarà una giornata di corsa.
Le differenze tra la Benemerita e la PS si vedono dalle piccole cose. Io ho sempre avuto un rapporto più amichevole con i poliziotti che con i militari, sarà perché conosco Clevio, o sarà perché sono di sinistra... In ogni caso quando arrivi alla caserma di via Moscova, ti rendi subito conto della differenza. Quando arrivi in Questura i poliziotti al gabbiotto stanno parlando degli affari loro e ti bloccano giusto il tempo di chiamare chiunque tu sia lì per vedere, che poi ti accompagna dove meglio crede, in un dedalo di corridoi, scale, distributori di bevande calde al sapore di caffè o di cioccolata, pianerottoli, ascensori, stanze, porte, finestre, piani e sottoscale. In via Moscova no: se vuoi fare una denuncia vai all'ufficio competente, altrimenti puoi anche uscire direttamente. Ci impiego mezz'ora di sventolamento del tesserino di giornalista per convincere il carabiniere di leva piazzato all'ingresso a farmi parlare con qualcuno che possa darmi delle informazioni che siano qualcosa di più degli scarni comunicati stampa del Comando Regionale.
Finalmente il carabiniere chiama il Responsabile Relazioni con l'Esterno della caserma, una specie di addetto stampa, che mi concede udienza. Sembra di dover parlare con il Presidente della Repubblica... In ogni caso il Capitano Nazzareni Maistocchi, così mi si presenta, mi fa accompagnare da un suo segretario direttamente nel suo ufficio, una piccola stanza a uno dei piani superiori della caserma.
La stanza è piccola ma ordinatissima, quasi maniacale, foto di militari su tutte le pareti, calendario dell'Arma e stemma inciso su metallo appeso dietro la scrivania, proprio di fianco a una gigantografia del Presidente della Repubblica e a un crocefisso. Sulla scrivania del Capitano non c'è nulla che tradisca una qualche attività a parte i giornali di oggi. Mentre nell'anticamera la scrivania del segretario è occupata da un computer e da innumerevoli contenitori di carta.
Il Capitano mi viene incontro. E' un ragazzo giovane, avrà trent'anni, con un viso pulito e regolare, i capelli corti, il fisico asciutto. E' ovviamente in divisa, con ben in evidenza non solo le tre stellette sulla spallina, ma anche medaglie e medagliette sul petto a garantire la sua partecipazione a numerose operazioni e missioni.
- Buongiorno Capitano
- Buongiorno, signor?
- Gualcioni, Rodolfo Gualcioni, de La Repubblica.
Visto che facciamo a gara di gradi, penso di giocarmi subito il mio appartenere alla redazione del secondo giornale nazionale, sperando che valga a qualcosa. Il Capitano è di quelle persone che istintivamente ispirano antipatia, ma nel mio lavoro ho imparato presto a fare buon viso a cattivo gioco.
- Bene, signor Gualcioni, mi spiace che l'abbiano fatta aspettare all'ingresso, ma cerchiamo di inculcare la disciplina ai nostri ragazzi fin da quando iniziano il loro servizio. Meglio qualche piccolo inconveniente per una persona rispettabile come lei, che non l'impressione di poco carattere davanti ai criminali.
- Non si preoccupi. Capisco perfettamente. Poi in questi giorni sarà frenetica l'attività, immagino.
- E' sempre frenetica. Purtroppo non viviamo in un Paese ordinato.
- Volevo chiederle solo alcune informazioni circa la notte della tragedia del derby...
- Beh, capirà che posso darle ben poche informazioni, essendo in corso un'indagine.
Lo sguardo del Capitano si fa sottile. Non vuole dirmi nulla. Dannata omertà dell'Arma. Non si fidano di nessuno che non porti la loro stessa divisa.
Ho un'illuminazione. Il registratore mp3 nella tasca della giacca. Infilo con nonchalance la mano nella tasca e smanaccio con i bottoni pregando di azzeccare quello giusto.
- Certo, certo, ma non pretendo certo di violare il segreto istruttorio. Sono un cronista di giudiziaria e so perfettamente come funzionano certe cose. Volevo solo sapere se l'Arma ha partecipato alle operazioni quella notte e in che entità.
- Beh, difficile ricordarlo... Sicuramente abbiamo partecipato al complesso delle attività di quella notte, ma non posso ricordarmi a memoria gli ordini di servizio. Tra l'altro li abbiamo già trasmessi alla Procura.
- Mi rendo conto, ma volevo solo sapere se c'erano anche i Reparti dell'Arma e con quale funzione. Ovviamente se lei fosse disponibile a una breve intervista...
- Beh, come ben sa devo chiedere ai miei superiori... Penso che sia meglio si accontenti di questa breve chiacchierata informale.
Sottolinea la parola “breve”.
- Certo, capisco, non si preoccupi. Ma quindi c'erano i Reparti Mobili dell'Arma.
- Noi non abbiamo Reparti Mobili, abbiamo i Battaglioni. In ogni caso quel giorno c'era anche una manifestazione e avevamo concordato un piano unico con la Questura per la disposizione della forza.
- Quindi non c'erano i Battaglioni allo stadio?
- Non ho detto questo. Ho detto che non so se c'erano o meno, ma che la disposizione della forza era stata concordata con Prefetto e Questore, come sempre. Sicuramente c'erano alcune gazzelle del nucleo radiomobile, che sono di stanza sempre e comunque allo stadio.
- E i Battaglioni?
- Dovrei guardare gli ordini di servizio. In ogni caso se non c'erano era per ordine del Questore che ne aveva disposto il servizio presso la manifestazione politica e non presso lo stadio.
- Sa chi era il comandante delle operazioni quella notte? E' possibile parlare con lui?
- Nessuno dei militari è autorizzato a rilasciare interviste. L'Arma ha da tempo deciso di parlare solo attraverso i comunicati ufficiali preparati da questo ufficio e le conferenze stampa in occasioni particolari, come quella che si e' tenuta quella notte dopo i tragici eventi. A proposito, lasci il suo numero di telefono e la sua mail al mio segretario, così possiamo includerla nel nostro indirizzario.
- Certo, grazie mille. Volevo chiederle anche in quale modo i Carabinieri stanno partecipando alle indagini.
- Il team di investigazioni a disposizione del pm Libonesi è costituito interamente da militari dell'Arma. E' stata una sua scelta, per non turbare gli agenti della Polizia di Stato che sono sicuramente scossi per la morte di un loro collega.
- Bene. Chi coordina le operazioni?
- Il Tenente Capilli, coadiuvato dalla sua squadra e da una squadra del RIS che è venuta direttamente da Parma e che sta analizzando alcuni reperti. Ovviamente non posso dirle più di così per non mettere in pericolo le indagini che ci porteranno presto a catturare l'assassino di Peccarisi. Ogni giorno alle 11.00 però teniamo una conferenza stampa congiunta con la Procura al Tribunale, pensavo lo sapesse.
- Sì, certo, ma a volte non c'è tutto il tempo che si vorrebbe avere. Un'ultima domanda: cosa ne pensa dell'ipotesi che è emersa dall'autopsia di uno scontro corpo a corpo come evento all'origine della morte di Peccarisi? Fino ad oggi si era sempre parlato della bomba carta...
- Noi già conoscevamo questa ipotesi e il team della Procura stava indagando parallelamente diverse linee di investigazione, non tutte alla luce del sole, con un lavoro costante, intenso e spesso sotterraneo e mai abbastanza apprezzato. Siamo sicuri che nel giro di pochi giorni potremo portare delle novità anche su questo episodio. Mi spiace, ma ora devo tornare al lavoro...
- Certo certo. Mi ha già dedicato del tempo prezioso. Lascio allora i miei recapiti al suo segretario.
- Senza dubbio. Arrivederci.
Con la mano mi dirige verso la porta. Inutile fare altre domande. Esco dall'ufficio e lascio mail e telefono al segretario del Capitano. Non ho ricavato molto dal colloquio, niente che non avrei potuto recuperare alla conferenza stampa. Nei secoli fedele non ha spifferato nulla.
Esco rapidamente dalla caserma scortato dal segretario e dagli sguardi dei militari presenti nei corridoi e nelle stanze.
Dovrei passare in redazione al volo per vedere se c'è qualcosa per me, ma non ho molto tempo. Decido di passare prima alla conferenza stampa citata dal Capitano. Sono le dieci e mezza e con un po' di fortuna posso arrivare giusto in tempo.
Cammino rapidamente fino a piazza della Repubblica dove salto sul 9 che sta passando verde e turgido proprio in quel momento. Almeno qualcosa per il verso giusto in questa giornata di corsa. Non è l'unica però.
Mentre sono sul tram guardo il registratore mp3 e scopro di aver azzeccato il tasto. Per una volta ringrazio la mia buona stella.
Arrivo a Palazzo di Giustizia giusto in tempo per fiondarmi nella sala stampa. Ci sono tutti i miei colleghi che trascorrono la giornata tra un aula e l'altra del palazzaccio, sgambettando lungo gli androni in marmo e i lavori in corso perenni.
Il pm e due carabinieri parlano per circa mezz'ora. Poi è il turno del rappresentante del prefetto e di quello del sindacato di polizia, che in qualche modo è riuscito a infilarsi anche qua. Non se ne può più.
Poi arrivano le domande dei colleghi: sono tutte puntate sulla svolta nelle indagini sul corpo a corpo, sul numero di arresti già fatti e quelli previsti, sullo stato delle indagini, sulla collaborazione tra le forze dell'ordine. Nessuna domanda scomoda e i carabinieri si destreggiano bene con parole che sembrano fotocopiate da quelle che il Capitano mi ha regalato un'ora prima.
Decido di fare lo stronzo, tanto ho già capito che il loro contatto privilegiato sta al Corriere e che a me non daranno alcuna informazione privilegiata. Poi Libonesi in particolare non mi ha più potuto vedere da quella volta che ho trovato lo spazio sulla pagina milanese per un articolo di Colaprico sugli arresti dopo il disastro combinato da quei teppisti dei centri sociali l'11 marzo. L'articolo di Colaprico criticava vagamente l'azione del pm come priva di umanità, anche se ispirata alla giustizia, e Libonesi l'aveva presa come una critica. Se avesse potuto mi avrebbe messo tra gli imputati del processo.
Aspetto che tutti siano compiaciuti delle domande e butto lì una domanda sperando in una risposta che poi mi lasci qualche margine per recuperare delle informazioni, in particolare dei video che mi facciano vedere chiaro su come si sono svolti i fatti che quelli usciti sui vari siti non sono proprio chiarissimi:
- Ma quanti video sono stati raccolti?
- Tutti quelli disponibili, sia dagli operatori delle forze dell'ordine che da quelli dei media... Insomma, dai vostri colleghi.
Sorride.
- E dai video si è riusciti a trovare la scena dell'aggressione a Peccarisi?
- Al momento non ancora, ma siamo fiduciosi che adesso che risulta confermata l'ipotesi del corpo a corpo saremo più rapidi nell'individuare gli assassini...
- E le telecamere dello stadio? Non è possibile che anch'esse siano molto utili per identificare i criminali e teppisti?
- Come sa lo stadio di San Siro non è completamente a norma, purtroppo...
- Sì ma le telecamere ci sono...
- ... e i teppisti sanno bene che le telecamere sono le prime cose da mettere fuori uso per agire al di fuori della legalità.
E' in questo momento che mi rendo conto di aver messo il dito in una piaga. Non ci posso quasi credere, ma questa sarà la notizia del giorno. Mi conveniva chiedergliela a quattr'occhi. Che rabbia.
- Vuole dirmi che non ci sono video delle telecamere dello stadio?
Un silenzio imbarazzato si diffonde nella sala.
- Purtroppo il sistema di sorveglianza interna quella notte era fuori uso. Per questo siamo provvedendo a recuperare dalle televisioni i nastri originali e abbiamo chiesto a tutti i cittadini della zona di contribuire alle indagini inviando eventuali foto o filmati che abbiano scattato durate quelle ore. Ora se non vi dispiace, andiamo a continuare il nostro lavoro. Arrivederci.
Escono da una porta dietro la scrivania dalla quale parlavano. Io guardo incredulo i colleghi che mi guardano con sospetto, come se io sapessi qualcosa più di loro. In particolare Silvia, che lavorava insieme a me a Repubblica prima di passare all'ANSA, e che mano a mano che si fa più esperta come giornalista punta sempre di più sugli ormoni del suo interlocutore. Riuscendoci pienamente peraltro.
- Vieni a prenderti un caffè?
- Certo, però al volo che devo andare in redazione.
- Ok, ci vediamo giù che recupero due cose di sopra.
Mi volatilizzo dalla stanza seminando indizi già noti a tutti, in modo da non insospettire troppo i colleghi. Il foglio di Clevio nella tasca e il lettore mp3 mi sembrano enormi e troppo visibili. In realtà sono in piena crisi paranoica.
Silvia mi chiede che cosa so e io me la cavo con le dichiarazioni del Capitano Nazzareni Maistocchi. Lei non sembra soddisfatta ma decide di fidarsi. In cambio ottengo una copia dell'autopsia che ha recuperato all'obitorio dal medico legale, non voglio neanche sapere con quale volgare stratagemma femminile. In ogni caso ho sotto gli occhi quanto funzionino i volgari stratagemmi, anche quelli maschili come un registratore mp3.
Esco dal bar e vado a mangiare qualcosa un po' distante dal Palazzo di Giustizia. Telefono in redazione dicendo dello scoop dei video ma passo l'articolo a Giannantoni, che tanto farà un copia e incolla delle agenzie. Il resto delle informazioni le tengo per me. Ho bisogno di leggere con calma le cose che ho recuperato, riascoltare le interviste, le dichiarazioni che sono uscite subito dopo i fatti, rivedere i video, quelli che ci sono almeno.
La notizia dei video assenti del circuito di sicurezza dello stadio ha fatto scattare dentro di me tutti gli allarmi rossi di cui dispongo. In questa giornata un po' frenetica e storta, troppe cose non stanno quadrando e non mi sento tranquillo.
Dopo pranzo, torno in redazione nei pressi di Pagano, leggo la mail e mi aggiorno sulle agenzie che sono uscite. Niente di nuovo se non il comunicato dei Carabinieri che dice esattamente quello che il Capitano Nazzareni mi ha già detto... Anzi qualcosina in meno, dato che non dice nulla dei Battaglioni. Altro campanellino che mi risuona dietro l'orecchio. C'è qualcosa di dannatamente storto in questa storia. Sarà che sono vissuto leggendo storie degli anni Settanta, sarà che ogni giornalista aspetta il momento in cui ha per le mani un bel complotto, ma qualcosa non quadra. E io scoprirò cos'è.
Scendo al piano di sotto e vado da Luca, il nostro tecnico. Mi faccio fare una copia su dvd di tutti i video disponibili di sabato sera, interviste, dichiarazioni, telegiornali, siti. Luca mi guarda con gli occhi sgranati: sperava di andare a casa presto oggi, ma questo lavoro lo obbligherà a restare fino alle sette. Io torno su al mio tavolo leggendo qua e là in rete, perdendomi nelle ipotesi peggiori su cosa stia succedendo in Italia. Le agenzie in cui la destra chiede la caduta del Governo sono la goccia che fa traboccare il vaso della mia paranoia.
13.
6 febbraio
08.00
++++ Dimissioni, partono le consultazioni +++
09.23
Larghe intese
Dopo le dimissioni del Governo, partono le consultazioni. L'ipotesi piu' accreditata e' quella delle larghe intese.
10.03
Grandi manovre
Grandi manovre nelle periferie di alcune tra le principali città italiane: nella notte di ieri sera retate dei Carabinieri a Milano, Roma, Torino, Genova e Napoli hanno portato a centinaia di perquisizioni ancora in corso nella mattinata. Previsti, stando a indiscrezioni, centinaia di Daspo e arresti. Non è stato precisato se le operazioni hanno a che fare con il derby milanese finito in tragedia.
11.02
Folla al funerale
E' in corso il funerale di Peccarisi, il vicequestore ucciso durante gli scontri tra i tifosi in occasione del derby Milan Inter. Folla commossa, hanno parlato esponenti delle forze dell'ordine, politici e la famiglia del poliziotto ucciso. Ricordato, con sommo dolore, come uomo di ordine e dello Stato, sulla bara di Peccarisi è stato posto il casco con cui, secondo le parole di Grossolani, presente ai funerali, “aveva gia' difeso con onore lo stato italiano, durante la guerra civile al g8 genovese”.
15.03
Proseguono le consultazioni
Il capo dello stato prosegue le sue consultazioni. In arrivo da Milano Grossolani.
16.12
++++Grossolani: l'uomo delle larghe intese +++++
17.15
Dalla destra: “Aspettiamo”.
Si è diffusa la notizia secondo la quale sarebbe Grossolani, leader della destra italiana, il nome prescelto dal presidente della Repubblica, per sostituire Prodi alla guida del paese. Il suo partito preferisce non commentare, si attende solo l'ufficialità.
19.38
Napolitano: “Prendo ancora un giorno, ma ormai ho deciso”
E' Grossolani il candidato principale, per il presidente Napolitano. Il presidente della Repubblica, “preso atto del fallimento della politica di centro sinistra, a causa della ingovernabilità determinata dalla radicalità di una sua parte”, sembra ormai convinto ad affidare al giovane leader di centro destra la guida di un nuovo governo, tra il tecnico e l'istituzionale. Non si pronuncia il diretto interessato, presente al funerale di Peccarisi a Milano, che ha solo commentato l'ondata di retate della scorsa notte: “Esprimiamo solidarieta' ai carabinieri. Si e' detto sempre che il problema degli stadi è sociale: cominciamo dalle periferie, ritorniamo agli stadi e cosi' via. Se il problema è sociale, lo si affronti con la mano dura, la repressione non è un pranzo di gala”.
20.01
“Rispetto la sua volontà, cremate il corpo”.
La moglie di Peccarisi, il poliziotto ucciso durante gli scontri del derby maledetto, annuncia di avere avviato le pratiche per la cremazione del corpo del marito. “Rispetto le sue volontà, io sono cattolica, ma devo rispettare mio marito”.
La donna ha inoltre ringraziato “tutti quanti continuano ad aiutare la nostra famiglia, con donazioni e aiuti: grazie, ne abbiamo bisogno”.
21.23
Timpano rotto: il legale contesta
Contesta “i metodi e i tempi” con cui i Carabinieri hanno provveduto a notificare denunce e perquisizioni l'avvocato Domeniconi, legale di alcuni dei ragazzi tratti in arresto nella notte. Uno di loro, stando al legale, “ha ricevuto botte pesanti che hanno portato alla rottura del timpano sinistro”. “